Cronaca

Assistere il fine vita, in silenzio

Ogni giorno, negli ospedali e nei propri letti, decine di persone fanno l'ultimo passo prese per mano dai loro medici. Che non trasformano la vicenda in una campagna politica

malattia assistenza

Raffaele Leone

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Al posto di Marco Cappato, se un amico malato come DJ Fabo mi avesse chiesto di aiutarlo a morire l'avrei aiutato. Ma al posto di Marco Cappato, l'avrei fatto in silenzio. Qualora la legge mi avesse chiamato a risponderne mi sarei assunto le mie responsabilità magari scrivendo una Lettera al mio giudice come nel libro di Georges Simenon. E di fronte a una condanna avrei taciuto. Non l'avrei vissuta come una sconfitta. Non ci sono vincitori e vinti in drammi simili.

L'eutanasia assistita su precisa volontà di un malato terminale non mi vede contrario, ma non può essere terreno di scontro ideologico o "battaglia di civiltà". È tema gigantesco, troppo personale e profondo per finire sventolato nelle piazze sotto la sigla di uno schieramento politico.

È forse incivile chi chiede che non la si liberalizzi per legge, l'eutanasia? Chi sostiene che si ingabbierebbe una tematica piena di sfumature e di casi diversi l'uno dall'altro? O al contrario rappresenta la cultura della morte chi come me avrebbe aiutato DJ Fabo?

Paragonare questa alle grandi battaglie sul divorzio o sulle unioni gay mi suona improprio.
Come non mi convince la tesi che il testamento biologico sia la naturale premessa a questo secondo passo. E lo dico io che intendo lasciare scritto di non accanirsi e di staccare la spina qualora dovessi vegetare. Ho appoggiato molte battaglie dei radicali anche se spesso mi infastidisce quella loro supponenza cattedratica di chi vuol insegnarci i diritti civili senza se e senza ma.

"Sono maturi anche da noi i tempi per una legge sull'eutanasia", ho letto in alcuni commenti. Ho ascoltato Liana Milella aggiungere su RepubblicaTv che se dovesse vincere il centrodestra addio tempi maturi. Maturi per chi?

Trovo terribile sentire toni da comizio su un confronto che dovrebbe essere sussurrato. Ho chiamato un amico che ha una fede incrollabile. Sua figlia andò in arresto cardiaco per un'ora. Data per spacciata, a poco a poco ha ripreso coscienza, si muove anche se con fatica. Perché no a DJ Fabo?, gli ho chiesto. "Non considero mia la vita mia, figurati se posso considerare mia la vita di un altro".

Quest'amico può essere bandiera politica da sventolare contro un Peppino Englaro, il papà di Eluana che ha lottato con tenacia per staccare la spina a sua figlia e diventato anche lui bandiera?

Ho riletto un articolo di Danilo Ferrari su Panorama. È un ragazzo che comunica soltanto con gli occhi, che non coordina neanche un muscolo, eppure scrive, fa teatro, si appassiona, patisce, ama la vita per quanto prigioniero del suo fisico. Ma lui difende la libertà di DJ Fabo.

È figlio di un tempo maturo, lui, mentre padre Modesto Paris lo era di un tempo immaturo? Affetto da Sla, tra sofferenze atroci ha visto disattivarsi uno per uno gli organi. Gli hanno spiegato di avere le ore contate e gli hanno chiesto se voleva essere sedatoo guadagnare qualche giorno di vita con un sondino. "Ho sempre predicato di affrontare anche le difficoltà con fede gioiosa. Giunto il mio turno mi tocca dimostrare che non erano parole al vento. Mettetemi il sondino". È morto poco dopo l'intervento.

Infine ho riascoltato il bellissimo videotestamento che Marina Ripa di Meana, ammutolita dalla malattia, ha fatto leggere prima di andarsene. Diceva di aver capito che anche in Italia si può essere accompagnati alla fine, che chi ti cura sa come aiutare a spegnerti senza soffrire. E senza clamore. Appunto.

Ogni giorno, negli ospedali e nei propri letti, decine di persone fanno l'ultimo passo presi per mano dai medici. Che non rilasciano comunicati, non ne fanno un bollettino. Tantomeno una campagna politica. Lo fanno semplicemente in silenzio.

(Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale Panorama, in edicola dal 22 febbraio)

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