Kiev e quel piccolo muro di Berlino
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Kiev e quel piccolo muro di Berlino
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Kiev e quel piccolo muro di Berlino

Scintille tra USA e Russia sulle proteste che stanno sconvolgendo l’Ucraina. Alla Conferenza di Monaco i ministri degli esteri Kerry e Lavorv hanno dato vita a un vero scontro

 Per Lookout news

Quanta nostalgia della Guerra Fredda si sente nell’aria. La si può percepire distintamente all’interno delle segreterie di governo americane e russe, così come nei corridoi delle loro rispettive ambasciate. E la si può leggere nelle dichiarazioni dei loro ministri degli esteri, John Kerry e Sergei Lavrov, ad esempio in quelle rese nel primo weekend di febbraio a Monaco, in Germania, in occasione della 50esima Conferenza per la Sicurezza.

 

La Conferenza di Monaco è probabilmente il più importante summit internazionale per la cooperazione tra Stati in materia di sicurezza, e si svolge annualmente in Baviera sin dal 1963, al fine di promuovere il dialogo e la pace sociale tra le nazioni. Qui, alla presenza tanto dei vertici europei e NATO quanto di numerosi altri rappresentanti internazionali (cinquanta Paesi rappresentati tra cui l’Iran), i pezzi da novanta di Washington e Mosca hanno dato vita a un inaspettato e molto acceso botta e risposta sui recenti avvenimenti che stanno sconvolgendo l’ordine a Kiev e nel resto dell’Ucraina.

 

Nel secondo giorno di Conferenza, l’asso degli esteri russo, Sergei Lavrov, ha criticato l’appoggio di USA e UE agli oppositori che tengono in scacco Yanukovich e l’Ucraina, sostenendo che entrambi “incitano le proteste di strada” e condannano invece “chi ha sequestrato e preso il controllo di edifici del governo, appiccato il fuoco e usato slogan razzisti, antisemiti e nazisti”. “Che c’entra tutto questo con la democrazia?” ha chiesto Sergei Lavrov, acuto e pungente come sempre, davanti alla platea.

 

Al segretario di Stato americano, John Kerry, il compito di difendere l’onorabilità di Stati Uniti e Unione Europea, mai nominati nel discorso di Lavrov ma evidentemente destinatari delle accuse. In un lungo e accorato discorso, Kerry ha rimarcato che USA e UE sono e saranno “al fianco del popolo dell'Ucraina”, il quale sta combattendo “per i diritti di associarsi a quei partner che li aiuteranno a realizzare le loro aspirazioni”. Chi siano i partner è altrettanto palese.

 

 

Il detonatore
I governi di Stati Uniti e Federazione Russa, così come la Commissione UE, sono al lavoro da mesi per risolvere la questione delle rispettive sfere d’influenza in Europa. E ciò interessa soprattutto l’Ucraina: ciascuna delle parti intende attirare verso di sé quel Paese, così strategico per le rotte energetiche e così importante come mercato d’affari.

 

È un fatto che tutto sia esploso a novembre, poco prima del vertice europeo di Vilnius, in Lituania, che avrebbe sancito la partnership dell’UE con il mercato ucraino: un’intesa per il libero scambio che aprirebbe nuove prospettive in tutta l’Europa orientale. Dopo che il 21 novembre il presidente ucraino Viktor Yanukovich ha annunciato che non avrebbe firmato l’accordo, le strade di Kiev si sono riempite di cittadini - piuttosto eterogenei per estrazione e appartenenze politiche - che da allora sono rimasti a presidiare il centro della città. E a scontrarsi spesso e violentemente con le forze dell’ordine, soprattutto dopo le leggi anti-protesta (poi revocate) e le relative restrizioni inflitte ai manifestanti.

 

È altrettanto un fatto che la Russia abbia fatto pressioni straordinarie sul presidente e il suo governo. Prima, minacciando sanzioni economiche e pesanti restrizioni nei confronti di Kiev, che facevano balenare anche la possibilità di una nuova interruzione delle forniture di gas, secondo un copione già visto in passato (la crisi del gas tra Russia e Ucraina del 2006). Poi, offrendo ben 15 miliardi di dollari in cambio della fedeltà alla Russia, che Yanukovich ha visto bene di accettare subito.

 

Sia come sia, è sempre più evidente che a Kiev è stato eretto un nuovo muro di Berlino. Un piccolo muro, certo. Anzi, un muretto: tirato su con barricate fatte di sacchi e pneumatici, di materassi e auto bruciate, esso separa apparentemente i manifestanti dalla polizia a Maidan Nezalezhnosti, quella Piazza dell’Indipendenza che già fu al centro d’imponenti proteste durante la Rivoluzione Arancione del 2004. Ma, più in profondo, lungo quel muro iniziano e finiscono oggi i confini e gli interessi dell’Est e dell’Ovest, e si scontrano le loro opposte visioni geopolitiche, che intendono orientare le future strategie economiche, prevalendo le une sulle altre.

 

 

Prospettive
Mentre i media occidentali agitano lo spettro di una vera guerra civile per l’Ucraina, le proteste hanno già ottenuto alcuni successi, tra cui le dimissioni del primo ministro Mykola Azarov, che ha lasciato per fare posto al leader dell’opposizione Arseniy Yatsenyuk, il quale ha però prontamente rifiutato l’offerta. L’obiettivo della piazza resta, infatti, la presidenza: a meno di sorprese, Viktor Yanukovich, vero ago della bilancia, resterà in sella all’Ucraina fino alle presidenziali del 29 marzo 2015.

 

I leader dell’opposizione chiedono che il presidio di Piazza dell'Indipendenza a Kiev rimanga fino alle prossime elezioni, “come simbolo della libertà ucraina e come punto di mobilitazione”. I generali ucraini, invece, non escludono un intervento dell’esercito per sgomberare la piazza e disinnescare una minaccia che, se esplodesse alle porte della Russia, avrebbe conseguenze rilevanti.

 

Ma sono davvero gli USA e l’Europa a soffiare sulla rabbia dei manifestanti di Kiev? Sono loro ad aver strumentalizzato la folla, in seguito al colpo di mano anti-UE del presidente Viktor Yanukovich? Oppure sono i cittadini ucraini a non sopportare più il peso e l’influenza della Russia che, attraverso Yanukovich, impone le proprie leggi al governo di Kiev, come se ci fosse ancora l’Unione Sovietica?  

 

Fuori dalla capitale, intanto, molti cittadini fino a poco tempo fa neanche sapevano cosa stesse accadendo precisamente a Kiev e continuavano ad andare e venire dal confine russo-ucraino con le rispettive famiglie miste e quei doppi lavori a cavallo tra due Paesi contigui e più vicini di quanto si pensi.

 

L’Europa e gli USA, oltre a sostenere l’attuale opposizione e forse futura dirigenza dell’Ucraina, possono fare molto dal punto di vista della legalità e dei diritti. Ma resta il fatto che il legame con la Russia sia una realtà consolidata e durevole e che, per il momento, non ha nessuna possibilità di essere sciolta.

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