L'Italicum ed il "vincolo di mandato"
ANSA/ GIUSEPPE LAMI
L'Italicum ed il "vincolo di mandato"
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L'Italicum ed il "vincolo di mandato"

La nuova legge elettorale non soddisfa gli elettori che vorrebbero garanzie sul loro voto, e niente ribaltoni. Piuttosto si torna alle urne...

Nonostante l'Italicum, la nuova legge elettorale sia stata licenziata dalla Camera, il dibattito che si è acceso sul tema delle quote rosa e quello che tra riemergendo sulla questione delle liste chiuse, provocherà forti tensioni al Governo nel passaggio al Senato.

E' da sottolineare, però, che questi aspetti afferiscono  alla questione della corretta rappresentanza e non affrontano nel concreto a quella che sembra essere più importante: la governabilità.

Non sono sufficienti le soglie e non sono sufficienti i premi di maggioranza (e non sono neanche necessari). Col Mattarellum, per fare un esempio, che era un sistema maggioritario e disegnava chiare maggioranze, ci furono un "ribaltone" da destra a sinistra (con Dini nel '95) e quattro governi diversi di centrosinistra nella stessa legislatura (1996-2001).

Il punto chiave è il non-vincolo di mandato del parlamentare garantito in Costituzione. C'era una logica quando è stato pensato. Tutto il nostro impianto statuale era stato impostato per la massima suddivisione dei poteri, in risposta ai venti anni di dittatura, ed i governi si formavano solo successivamente all'esito delle elezioni, che erano proporzionali pure e che consentivano la rappresentanza di tutti gli elettori. In teoria oggi non sarebbe più così. I cittadini ragionano in senso bipolare, ovvero chi vince governa e gli altri stanno fuori. Ma solo in teoria, perché quote e premio, impiantati sulla stessa Costituzione del 1948, non lo garantiscono. Abbiamo visto, infatti, come dal 2011 si siano succeduti tre diversi Presidenti del Consiglio, senza che gli elettori potessero esprimersi in merito. Tutto regolare, perché la legge è sempre quella di quasi settant'anni fa e i singoli parlamentari, una volta eletti, possono in qualsiasi momento cambiare partito. Questa sarebbe stata la norma da correggere, almeno quella principale.  

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Ancora una volta i cittadini italiani si dimostrano più accorti dei propri legislatori. Con senso pratico il 79% ci suggerisce che “prima delle elezioni si dichiarano i candidati alla Presidenza del Consiglio di ogni schieramento; quello che vince poi governa, ma se dovesse cadere per qualsiasi motivo, si dovrebbero rifare nuove elezioni”. Mentre una quota ancor maggiore, l'84%, ci dice che "se un parlamentare non è più d'accordo col partito che lo ha eletto, non deve cambiare partito in parlamento o formare un nuovo gruppo, si deve dimettere o deve stare dove è".

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Si farà mai qualcosa di simile?

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