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Iraq: un futuro di frammentazione

"Stato fallito" che va verso la suddivisione territoriale dove il potere sarà ripartito in più realtà amministrative economicamente interdipendenti

Mentre la riconquista di Mosul, la seconda città irachena caduta nelle mani dello Stato Islamico nel 2014, è quasi completa, sull’Iraq si apre ora l’incognita della ridefinizione della forma di stato e di governo da dare a questa regione martoriata da decenni di conflitti.

Dovendo definire la situazione attuale, potremmo asserire che, stante il collasso imminente del Califfato come entità statuale, l’Iraq rientra nella categoria di "stato fallito".

I suoi confini, infatti, sono saltati a partire dalla guerra civile scatenata dalle truppe sunnite di Al Baghdadi e dai generali un tempo fedeli al partito Baath e a Saddam Hussein, che hanno disintegrato la frontiera tra Siria e Iraq per non lasciare il paese in mano agli sciiti, e che tuttora si muovono agilmente a cavallo tra i due stati.

Ma jihadisti e ribelli non sono gli unici responsabili dello sgretolamento dell’Iraq: anche il confine settentrionale ossia la regione del Kurdistan già non esiste più e, al suo posto, le forze armate curde, responsabili della resistenza contro lo Stato Islamico, hanno istituito un’entità amministrativa autonoma rispetto al governo di Baghdad. Cosa che cercavano di fare da molto tempo.

Il Kurdistan che verrà

Approfittando delle vittorie ottenute sul campo contro i jihadisti, il leader curdo-iracheno Massoud Barzani, proclamato presidente del governo regionale del Kurdistan (KRG), ha indetto un referendum generale per l’indipendenza previsto per il 25 settembre prossimo.

Il sì alla consultazione è quasi scontato, il che significa che l’Iraq per come lo abbiamo conosciuto non esiste più: già oggi nel Kurdistan iracheno sventola ovunque la sola bandiera tricolore con il sole ardente, simbolo di saggezza secondo lo Zoroastrismo e di orgoglio nazionale per chi ha combattuto sotto quelle insegne.

Non che ci fosse bisogno di ripeterlo che l’Iraq è scomparso, considerati anche l’esodo di milioni di profughi in Giordania, Libano, Turchia, Europa e nel resto della penisola arabica, e la dispersione d’interi gruppi etnici come gli yazidi, fuggiti dalle loro case con l’arrivo dei primi convogli del Califfato tre anni fa e da allora oggetto di una vera e propria persecuzione.

Ma il punto resta la ricomposizione della struttura territoriale. Se l’Iraq ha perso l’anima, infatti, non per questo il popolo iracheno non esiste più. E si dovrà urgentemente dargli una forma e un governo. Non certo ricalcando il fallimentare metodo americano risultato dall’invasione del 2003, che ha in parte determinato lo sfacelo odierno (sciogliere l’esercito e affidare agli sciiti l’intero potere ha contribuito in maniera decisiva all’insurrezione).

Sunniti e sciiti uniti ma divisi

La soluzione stavolta non può che essere affidata agli stessi iracheni, le cui ostinate spinte centrifughe sono certo corresponsabili della guerra civile che ha messo sunniti e sciiti (i due principali correnti dell’Islam) gli uni contro gli altri. Con i primi che rappresentano una forte minoranza (35% della popolazione) oggi estromessa dal governo centrale, e gli altri che possono contare su una maggioranza numerica (65%) ma soprattutto sul potere che è stato loro affidato dagli americani dopo la caduta di Saddam, il quale invece aveva alienato la componente sciita dal suo regime, assegnando esclusivamente ai sunniti il controllo delle istituzioni e relativi privilegi.

Una delle soluzioni ipotizzate da tempo è la suddivisione del paese in diverse aree amministrative (almeno tre) sul modello del Kurdistan iracheno, formalmente dipendente da Baghdad - in attesa del referendum - ma di fatto già da tempo autonomo anche economicamente, grazie alle rendite dei numerosi giacimenti petroliferi che si trovano tra Erbil e Kirkuk.

Il petrolio come riferimento

E proprio il petrolio potrebbe suggerire la nuova conformazione dello stato iracheno: con il meridione, a sua volta ricco di giacimenti e dove la maggioranza della popolazione è sciita, sotto il pieno controllo di Baghdad; e il settentrione, dove passa la grande linea degli oleodotti e dei gasdotti che poi convergono a sud verso Bassora e poi sfociano nel Golfo Persico, federato a Baghdad, ma disciplinato da un governo locale a trazione sunnita.

Tutto questo, a patto che Iran e Turchia non abbiano in mente altre soluzioni, che sarebbero probabilmente più complicate e difficili da ottenere in tempi certi. E sempre che gli Stati Uniti non finiscano per commettere l’errore di voler unire le aree sunnite dell’Iraq con quelle siriane. Ossia replicare lo schema delineato già dal Califfato, senza però imporvi sopra l’applicazione della legge della Sharia.

Guardare la Siria

Per capire di più della possibile ricomposizione territoriale irachena sarà utile nei prossimi anni guardare anche al modello siriano, dove Stati Uniti, Russia e comprimari (Iran e Turchia su tutti) sono alla ricerca di un accordo internazionale per una suddivisione amministrativa in cantoni, che rispecchi le divisioni etniche locali.

Ma anche qui la soluzione è lungi dall’essere trovata e sembra sempre più probabile la formazione di una serie di zone cuscinetto militarizzate, sotto l’egida dei caschi blu delle Nazioni Unite o sotto la minaccia diretta di soldati stranieri.

Sembra ormai di capire, in ogni caso, che la volontà tanto delle superpotenze quanto delle potenze regionali scese in campo per tutelare le rispettive sfere d’influenza, è di ricavare ciascuno la propria fetta di torta.

Ragion per cui, all’orizzonte di entrambi questi stati falliti, Siria e Iraq, si profila con sempre maggior chiarezza una soluzione che si sostanzierà in una sorta di lottizzazione di intere province.

Una frammentazione territoriale dove il potere sarà diluito e ripartito in più realtà amministrative tra loro economicamente interdipendenti, che rispecchieranno tendenzialmente le estrazioni etnico-confessionali locali, ma che a loro volta saranno espressione di poteri altri.

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