Obama manderà truppe di terra in Iraq?
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Obama manderà truppe di terra in Iraq?
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Obama manderà truppe di terra in Iraq?

Secondo alcuni analisti sarà inevitabile. Cresce intanto il timore di possibili attentati dell'Isis contro gli interessi Usa

Barack Obama manderà truppe di terra in Iraq? Il presidente lo ha già escluso. Secondo alcuni analisti ed esperti militari americani sarà invece inevitabile.

Se, come annunciato dalla stessa Casa Bianca, la campagna aerea proseguierà fino al raggiungimento degli obiettivi – evitare la caduta della città curda di Erbil e salvare le migliaia di Yazidi in fuga dallo Stato islamico e ancora bloccati sulle montagne intorno a Sinjar – Obama non avrà altra scelta.

Un corridoio umanitario per gli Yazidi

Per ora, da quello che si è compreso, gli Usa – insieme ad altri governi occidentali – sono pronti a rifornire di armi i guerriglieri curdi impegnati contro i miliziani dell'Isis. Aiuti militari indispensabili per evitare un tracollo delle forze curde e cercare di dare una svolta alla guerra contro gli jihadisti.

Ma, questo intervento potrebbe non essere sufficiente. Secondo gli esperti interpellati dai media americani, per “vincere” questa guerra ci vorranno truppe statunitensi sul terreno.

Serviranno a due scopi: una più efficace intelligence per colpire l'artiglieria e le forze dell'Isis e poi, seconda e forse più importante missione, per coordinare le operazioni di soccorso umanitario nei confronti degli Yazidi.

Se poi gli Usa – insieme ad altri paesi – decidessero di costituire una zona cuscinetto o un corridoio umanitario per fare uscire i profughi dal cul de sac in cui sono stati cacciati dagli islamici, l'invio di un contingente di terra sarebbe inevitabile.

Secondo l'ex colonnello dell'esercito Usa Peter Mansoor, che ha lavorato con David Petraeus quando questi era al comando delle truppe americane in Iraq, ci vorrebbero tra i 10.000 e i 15.000 soldati.

In parte verrebbero utilizzati per garantire la sicura evacuazione dei profughi. Garantirebbero un massicio ponte aereo fatto con elicotteri e terrebbero impegnati i guerriglieri dell'Isis mentre gli Yazidi verrebbero portati via dalla zona di guerra.

E, in parte, invece, collaborerebbero con i pershmerga curdi per coordinare dal basso i raid aerei contro le forze islamiche. Il modello, in questo caso, sarebbe quello adottato in Afghanistan nel 2001, quando piccole formazioni di truppe speciali americane, con l'aiuto dei soldati di Kabul, riuscirono a infliggere duri colpi ai talebani.

Obama non vorrebbe un maggiore coinvolgimento militare americano in Iraq. Non sembrerebbe disposto ad andare oltre ai raid autorizzati e all'invio di un paio di centinaia di marines. In realtà, l' ambiguità che ha usato nelle dichiarazioni degli ultimi giorni ha lasciato le porte aperte anche ad altre opizioni militari.

Il timore di attentati contro gli Usa

Se l'obiettivo è quello di mettere in sicurezza la zona curda – come appare in modo sempre più evidente –, dove sono presenti molti interessi petroliferi americani , le truppe Usa saranno mandate sul terreno. Almeno, di questo sono sicuri gli analisti militari americani.

Come sono certi che i raid americani in Iraq potrebbero far decidere all'Isis di compiere attentati negli Usa. Non si sa quanto sia concreta la minaccia, ma da quando sono iniziati i bombardamenti in molti si sono ricordati delle minacce giunte dai capi dell'esercito islamico.

In giugno, il capo dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi disse all'indirizzo degli americani: “Presto ci confronteremo faccia a faccia.” Un portavoce afferò: “Faremo sventolare la bandiera di Allah sulla Casa Bianca”. Propaganda, come è ovvio, ma gli analisti dicono di non sottovalutare la minaccia.

In luglio, Brett McGurk, il funzionario del Dipartimento di Stato che si occupa di Iraq, di fronte al Comitato Esteri del Senato disse che ogni mese l'Isis addestrava in Siria tra i 30 e i 50 kamikaze e molti di loro avevano un passaporto occidentale.

Il grande pericolo arriva proprio dai cittadini americani e europei che sono andati in Siria a combattere tra le fila dei jihadisti. Alcuni di loro avrebbero la possibilità di ritornare in patria e compiere attentati. Negli Usa c'è già un precedente: nel 2010 Faisal Shahzad tentò di far esplodere un'autobomba a Times Square.

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