L'impero finanziario dell'Iran e l'asse Parigi-Ryad-Tel Aviv
EPA/ABEDIN TAHRKENAREH
L'impero finanziario dell'Iran e l'asse Parigi-Ryad-Tel Aviv
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L'impero finanziario dell'Iran e l'asse Parigi-Ryad-Tel Aviv

L’inchiesta sulla holding “Setad” svela i meccanismi economici grazie a cui Teheran mantiene il potere. Israele, Arabia Saudita e Francia contro i negoziati di Ginevra

per Lookout News

A leggere la stampa internazionale - guidata dall’inchiesta approfondita ed esclusiva di Reuters - sembra che sia giunto il momento di parlare di “Setad”, il mega-colosso finanziario iraniano, controllato direttamente dalla Guida Suprema dell’Iran, Ayatollah Ali Khamenei. Una holding capace di produrre ogni anno miliardi di dollari e il cui valore secondo le stime delle investigazioni Reuters è calcolato in 95 miliardi di dollari (pari al Pil di una nazione grande come il Marocco, per intenderci).

L’inchiesta giornalistica è tesa a svelare non solo perché il potere degli Ayatollah sia indiscusso (oltre a esercito e istituzioni politiche, controllano anche i gangli dell’economia e della finanza), ma aggiunge come la leadership iraniana sia arrivata ad accumulare questa ricchezza smisurata: in buona parte, la fortuna di Setad si deve agli espropri attuati dal governo - secondo Reuters anche a danno dei cittadini iraniani - dalla Rivoluzione khomeinista in poi. 

Fu lo stesso Ayatollah Ruhollah Khomeini a firmare un editto nel 1989 (poco prima di morire, dunque) che affidava a Setad l’intera gestione delle proprietà abbandonate durante gli anni della Rivoluzione Islamica che, in seguito, tra espropri e compravendite, avrebbe fruttato la smisurata ricchezza su cui siede oggi la holding.

L’impero finanziario iraniano

L’impero finanziario attuale della compagnia è in capo alla sola persona di Ali Khamenei e dimostra un ventaglio davvero variegato d’interessi e partecipazioni: attraverso TEACO, Real Estate and Properties Organization, Tadbir Economic Development Group e la Fondazione Barakat, la holding controlla centinaia di società di secondo livello che operano in settori che vanno dal ramo immobiliare al petrolio, dalla farmaceutica al settore alimentare, dalle telecomunicazioni alla finanza. Molto sviluppato è anche il settore sociale: Setad controlla enti caritatevoli e istituti benèfici, tra cui l’ente che sostiene i veterani di guerra e i poveri.

A leggere frettolosamente l’inchiesta si sarebbe tentati di additare la Guida Suprema come un miliardario capitalista e potentissimo - con 95 miliardi di dollari si piazzerebbe ancor prima di Carlos Slim, considerato da ‘Forbes’ l'uomo più ricco del mondo, con una fortuna di 73 mld di dollari - ma ciò non sarebbe corretto. È nota l’indifferenza di Khamenei per le “tentazioni terrene” e il suo stile di vita è riconosciuto tra i più sobri e rigorosi che si conoscano. Dunque, non pare essere la cupidigia il tratto distintivo del capo carismatico dell’Iran ma, semmai, l’astuzia - figlia della necessità del mantenimento del potere - che gli ha permesso di arrivare oggi a controllare l’intero sistema Paese. 

In ogni caso, la finestra che si apre su Setad in realtà non è una novità assoluta: già da alcuni anni il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha nel mirino il gruppo e ha inflitto sanzioni a numerose società facenti parte della mega-organizzazione, proprio perché considerate un’unica rete che agisce direttamente in nome e per conto dell’autorità iraniana. Dunque, è attraverso Setad che l’Iran riesce a sfuggire in parte all’embargo commerciale.

L’Iran nel mirino internazionale

Il punto da sottolineare relativamente a questa storia è però un altro e cioè la concomitanza dell’inchiesta con i negoziati di Ginevra che, entro il mese di novembre, vorrebbero portare a un accordo sul nucleare tra l’Iran e il P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania). 

Quei colloqui si sono al momento arenati: chi dice per colpa dell’intransigenza iraniana sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, chi dice per colpa dei francesi (e chi pone l’accento sul fatto che più si aspetta, più è facile che la trattativa non vada in porto).

Per quanto attiene alla Francia, il presidente Hollande è ancora ferito dal trattamento ricevuto da Obama in Siria - quando fu lasciato solo a interpretare la parte dell’interventista e venne informato all’ultimo minuto che non si sarebbe più attaccata Damasco – e oggi sviluppa una politica tutta francese, tesa ad avvicinare i sauditi e gli israeliani, rinegoziando con entrambi accordi e stringendo intese pattizie per l’Africa e il Medio Oriente: la prossima settimana, Hollande parlerà alla Knesset (il parlamento israeliano) giusto prima del secondo giro dei colloqui di Ginevra. 

L’asse Parigi-Ryad-Tel Aviv

Sembrano pensarla come Parigi anche Israele e Arabia Saudita che, fiutato il pericolo di Ginevra (dove si tenta una mediazione per allentare la presa sul regime di Teheran) non hanno alcuna intenzione di concedere spazio di manovra all’Iran e, dalla loro, dimostrano una convergenza d’interessi in questa parte di mondo, che li avvicina sia economicamente sia politicamente. Contro questa politica tesa a isolare l’Iran, resta l’insufficiente capacità di persuasione di questi Paesi - a cominciare da un esercito potente e in grado di minacciare seriamente Teheran - che non è certo paragonabile a quella degli Stati Uniti. 

Una parte di mondo, in sintesi, ovvero quella che teme che la moderazione iraniana sia solo un bluff, sta ragionando sull’opportunità di seguire ancora la politica estera degli Stati Uniti - che appare incerta e zoppicante - e si chiede se sia giusto considerare ancora Washington come  un partner affidabile o se non sia meglio sganciarsi dalla sua influenza, ridisegnando nuove alleanze. 

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