Ruby ter, otto processi per sette tribunali

Tutte le anomalie dell’ultima (costosa) partita giudiziaria contro il Cavaliere: che cosa accadrà se le giurie decideranno diversamente tra loro?

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Ruby Karima El Mahroug all'uscita dal tribunale di Milano in una foto del 2015 – Credits: ANSA/MOURAD BALTI

Maurizio Tortorella

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Si può trasformare un’unica ipotesi di reato in otto processi penali, aperti in sette diversi tribunali? Si può, si può: in Italia si può anche questo.

E infatti è esattamente questo che sta accadendo a Silvio Berlusconi con il cosiddetto “Ruby ter”, ovverosia la terza appendice giudiziaria del famoso “Rubygate”, lo scandalo sessual-fangoso che nel 2011 contribuì a spodestarlo dalla presidenza del Consiglio.

Da quelle accuse, cioè la prostituzione minorile di Karima el Mahroug (alias Ruby-rubacuori) la marocchina minorenne che partecipava alle feste di Arcore, il Cavaliere è stato poi assolto con formula piena in Corte di cassazione. Ma la giustizia ha continuato a insistere, ipotizzando che il quattro volte premier avesse corrotto una trentina delle decine di testimoni che parlarono a suo favore durante il processo originario.

Inizialmente, l’accusa era stata concentrata a Milano, cioè là dove si erano svolti il primo grado e poi l’appello del Rubygate. Ma poi, come in una reazione chimica impazzita, da quel procedimento si sono originati altri sette processi: un altro era stato aperto a Milano, e uno a testa sono in corso in stadi diversi a Roma, Torino, Siena, Bari, Pescara, Treviso e Monza.

Follia? Un po’ sì, se volete, e certo anche un notevole aggravio di costi economici per un’unica ipotesi di reato da giudicare: ma ci si è convinti che i versamenti da parte di Berlusconi, ritenuti una possibile corruzione dei testi, siano avvenuti in queste città. Così la competenza territoriale ha trasferito alle diverse procure il compito di indagare. A Milano, per colmo di stranezza, sono stati aperti due distinti processi davanti a due corti, ma ora si sta cercando di riunirli in un unico filone. Invece che otto, insomma, se tutto va bene, alla fine saranno sette.

Ma ci sono due problemi.

Il primo problema è che cosa accadrà se, in tutti questi processi di primo grado, una giuria arriverà a convincersi che il reato (lo stesso identico reato!) non è stato commesso mentre un’altra giuria propenderà per la tesi opposta. Ovvio, poi si andrà avanti in appello, e poi ancora in Cassazione, dove i supremi giudici si troveranno sette sentenze da valutare, probabilmente difformi tra di loro. Che cosa faranno alla fine, gli ermellini: tireranno i dadi?

Il secondo problema è che i versamenti riguardano Mariano Apicella, che ieri è stato rinviato a giudizio a Roma insieme con Berlusconi, e che di Berlusconi è stato il menestrello retribuito per almeno gli ultimi vent’anni. Mentre gli altri versamenti riguardano più o meno una trentina di ragazze, le invitate alle feste di Arcore.

È stata la magistratura a scoprire pagamenti versati loro in contanti e in nero? No: è stato Berlusconi a rivelarlo, nel 2013, e a rivendicarne pubblicamente la bontà e la correttezza. Si tratta infatti di pagamenti attraverso bonifico, che il Cavaliere aveva allora deciso di attribuire alle donne in quanto sottoposte (proprio per colpa dell’inchiesta sul Rubygate) a una gogna infernale, che ne devastava la vita e il lavoro.

È da quel mensile come risarcimento, insomma, che tutto è partito. Tanto che gli avvocati del Cavaliere, quando si ipotizzò l’inizio dell’inchiesta sul “Ruby ter”, scherzando, dissero che la Procura di Milano aveva inventato “il reato di generosità”.
Insomma, ne vedremo delle belle.

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