Politica

La "nuova Tangentopoli" e la noia del "vecchio" uso politico della giustizia

Dopo 30 anni c'è chi torna a parlare di Tangentopoli da cui, è chiaro, non abbiamo imparato niente

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Maurizio Tortorella

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Certo, se ancora all’alba del maggio 2019 un grande quotidiano nazionale (nella fattispecie la Repubblica ) si mette a titolare in prima pagina “Legnati a Legnano” perché un partito per cui antipatizza (nella fattispecie la Lega) finisce coinvolta in un’inchiesta, questo vuol dire che quasi trent’anni d’indagini, di arresti, di verbali di interrogatorio, d’intercettazioni e tutto l’armamentario giudiziario di complemento non sono proprio serviti a nulla.
Attenti. Il ragionamento di certo non vale soltanto per gli arrestati leghisti di quest’ultima tornata: la stessa logica vale per chiunque finisca in una qualsiasi retata di “detenuti politici”. Rispetto delle garanzie degli indagati? Certo che no. Presunzione d’innocenza? Nemmeno a parlarne. Attesa per il giudizio? Ma va là.

La sensazione prevalente all’ennesimo scattare di manette (e si spera sia così non soltanto in chi scrive), la è la noia, quasi la nausea. E non certo per simpatia o favore nei confronti della Lega, dei cui evidenti difetti siamo più che avvertiti. No: è l’uso politico della giustizia che davvero ha stancato.
I magistrati ogni volta ce lo dicono: noi non possiamo fermarci (e ci mancherebbe!) perché l’obbligatorietà dell’azione penale ci impone di agire. Aggiungono: non è che poi possiamo rallentare a ogni elezione, visto che in Italia ogni settimana c’è un voto (ci mancherebbe!).
Vero, tutto vero. Che noia.

In chi non smetta di porsi domande, però, resta la fastidiosa sensazione che in questo povero Paese a ogni tornata elettorale, d’improvviso, qualcosa si accenda: che un brivido cominci ad agitare i corridoi di questa o di quella Procura. Partono allora le legnate (copyright la Repubblica). E ora, in questa fase storica, tocca alla Lega. Obiettivamente, questa non è soltanto la verità di Matteo Salvini. È un dato statistico, inoppugnabile. Così come è inoppugnabile la simpatia tra i grillini e certi ambienti giudiziari, un feeling che si muove in parallelo alla corrente che da alcuni anni collega certi uffici giudiziari (e certi magistrati) e il giornale di riferimento del Movimento 5 stelle. Che a ogni arresto urlano urràh, pretendono pene più elevate per ogni reato (e ora che sono al governo le piazzano anche in tutte le leggi), chiedono più poteri per i pubblici ministeri…

Grida, pene più elevate, poteri più intrusivi, però, non sono la risposta. Non è di certo la pena che ferma il reato, altrimenti in Cina (dove la giustizia è un po’ più brutale e veloce che nei Paesi democratici) non ci sarebbe nessun corrotto, non ci sarebbe un rapinatore, non ci sarebbe nemmeno un ladro: tutti quei delitti sono puniti con la pena capitale.

Quanto alla corruzione, volete sapere che cosa si dovrebbe fare per arginarla nel nostro Paese? Basterebbe una sola norma, semplice semplice: depenalizzare il reato di chi compie una corruzione, dare un salvacondotto al “versatore di mazzette”. Io do una tangente a un sindaco, a un parlamentare, a chiunque? Se poi vado a denunciarlo resto impunito (ovviamente vengo però processato per calunnia se denuncio un reato inesistente). Vedreste allora che nessuno rischierebbe più di farsi corrompere o di chiedere una tangente. Troppo rischioso diventerebbe. E forse noi tutti saremmo meno annoiati di leggere certe cronache giudiziarie.

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