Cronaca

Su Berlusconi la Corte Europea sceglie di "non decidere"

Dopo 5 anni e due mesi di dibattimento e polemiche oggi Strasburgo mette la parola fine in modo clamoroso

silvio-berlusconi

Maurizio Tortorella

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Un clamoroso “nulla di fatto”. Sulla serie di ricorsi presentati da Silvio Berlusconi, alla fine, la Corte europea dei diritti dell’uomo, cioè la massima autorità giurisdizionale per 47 Paesi del Vecchio continente, ha deciso di non decidere.
I 17 giudici della sua suprema “Grande chambre”, riuniti stamattina a Strasburgo a pronunciarsi sul ricorso del fondatore di Forza Italia contro la Legge Severino e contro la sua successiva decadenza dal Senato, hanno infatti annunciato che il caso è archiviato, perché "non ci sono le condizioni per continuare il procedimento"; la corte ha ritenuto anche che "non vi sia alcuna circostanza speciale riguardante il rispetto dei diritti dell'uomo".
Davanti a sé, in realtà, la Corte europea aveva oggi quattro strade alternative: poteva decidere per l’assoluzione o per la condanna dell’Italia, oppure poteva dichiarare inammissibile il ricorso del leader di Forza Italia. La quarta via è quella che è stata scelta: radiare il ricorso berlusconiano dai registri della Corte e ritirarsi in buon ordine, senza decidere.
Per questo indiscutibile buco nell’acqua, ai giudici di Strasburgo sono serviti ben cinque anni e due mesi, visto che il primo ricorso era stato depositato dai legali del Cavaliere il 10 settembre 2013: e già questo tempo infinito dimostra l’anomalia del trattamento riservato al caso Berlusconi.
Ma il risultato di oggi, da qualsiasi parte lo si osservi, è comunque deludente: perché, ritirandosi dal decidere sul procedimento, la Corte europea ha perso l’occasione di emettere una sentenza che avrebbe potuto dire una parola fondamentale sulla legittimità della Legge Severino, la controversa norma che dalla fine del 2012 stabilisce i casi d’incompatibilità e d’incandidabilità alle cariche pubbliche. Berlusconi, che nel novembre 2013 era stato la prima vittima parlamentare di quella legge (a favore della sua decadenza, in Senato, si erano schierati Pd, M5S, Sel e Scelta civica; contrari Forza Italia, Gal, Nuovo centrodestra e Lega), ne ha sempre denunciato la scorretta applicazione retroattiva. Nei suoi ricorsi, il Cavaliere affermava che la legge Severino non avrebbe mai dovuto essergli applicata, nel 2013, perché i reati per cui era stato condannato, e per i quali quindi gli si contestava il diritto di sedere in Parlamento e di presentarsi come candidato alle elezioni, erano stati commessi anni prima dell'entrata in vigore della Legge Severino. Sempre a causa di quella noma, peraltro, Berlusconi non si è potuto candidare alle elezioni del 4 marzo scorso.
Non si saprà mai, a questo punto, se la decadenza del Cavaliere dal Senato sia stato un atto di giustizia, come sostengono i suoi avversari politici, o invece il punto più alto di una manovra basata su un uso illegittimo di quella legge. A scrivere ai giudici di Strasburgo di non aver più interesse a una sentenza, d’altronde, era stato lo stesso Berlusconi il 27 luglio scorso, quando il tribunale di Milano lo aveva da poco riabilitato facendo cadere gli effetti della stessa Legge Severino.
Per cinque anni, comunque, il quattro volte presidente del Consiglio è rimasto forzatamente fuori dal Parlamento, e a questo vulnus non c’è più rimedio. E questa amarezza si coglieva nella lettera con cui il Cavaliere aveva comunicato alla Corte di Strasburgo la sua rinuncia al ricorso. In quel testo, Berlusconi manifestava però il suo sconcerto per “i tempi assurdi di una decisione che arriva fuori tempo massimo”, quando ormai l’ingiustizia di cui si considera vittima “ha dispiegato i suoi effetti”

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