Gli esclusi illustri al Quirinale
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Gli esclusi illustri al Quirinale

Tutti i caduti eccelenti nelle ultime quattro elezioni alla presidenza della Repubblica. Da Forlani a Spadolini fino a D'Alema - il sondaggio di Panorama.it - Quirinale: elezioni, la guida

È l’aula dei caduti illustri, più che momento di concordia nazionale è il cimitero delle aspettative coltivate da una vita, carriere gettate fra ribalderia e sberleffo perché se è vero che al Quirinale si entra come potenziali presidenti, altrettanto vero è che uscirne con una manciata di voti corrisponde all’entrata nella categoria dei “venerati quirinabili”, nient’altro che la lista dei notabili spuntati.

Depennati dalla lista, esclusi all’ultimo minuto (si racconta che Giovanni Spadolini nel 1992 avesse le valige pronte per partire verso Palermo, venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, ma dalla delusione Spadolini non si riprese più), a volte soltanto foglie di fico da spendere per aprire la strada a un candidato forte che poi, dice la prassi, deve essere forte della sua debolezza politica.

Il nettare della cultura italiana, il volto più presentabile dei partiti, gli amici degli americani, vegliardi di giudizio, tutti in corsa e inevitabilmente esclusi da quella rosa che fa la smorfia al conclave, senza tuttavia la diocesi come congedo, quella in cui ogni vescovo si rifugia per dimenticare la delusione di essere rimasto cardinale. Pochi, pochissimi, una volta entrati nella lista dei nomi sono riusciti a ripresentarsi come spendibili dopo sette anni, vuoi per la contingenza politica, vuoi per la contingenza anagrafica.

Un elenco da vertigine quello infranto a pochi passi dal voto e sarà per non evitare delusioni e faide future (soprattutto) che nel 1985 Ciriaco De Mita decise di dare vita a un modello che porta il suo nome (a proposito De Mita, un altro che presidente non lo è stato e mai potrà più esserlo) “il metodo De Mita”, unico modello che sia nel 1985 che nel 1999 portò all’elezione al primo scrutinio del presidente della Repubblica.

Gergo li chiamerebbe trombati e quanti sarebbero se soltanto si prendessero in esame le ultime elezioni da presidente. Sicuro di essere eletto solo Cossiga dovette esserlo nel 1985 quando la Dc presentò la sua rosa per il Quirinale che comprendeva ben otto nomi (Andreotti, Fanfani, Cossiga, Elia, Fanfani, Forlani, Zaccagnini, Scalfaro), tanto da volarsene in Spagna a Barcellona proprio alla vigilia del voto.

Fu un “miracolo democristiano” per Virginio Rognoni, anzi, un successo della Dc «come neppure ai tempi di De Gasperi» volle con ipertrofia commentare Enzo Scotti. In realtà, il Psi cedette il Quirinale alla Dc per garantirsi la guida del consiglio dei ministri e a cadere fu proprio Arnaldo Forlani, altro Dc, ma preferito dai socialisti. Perfino il toto Quirinale, registravano i quotidiani, si era arrestato di fronte alla solidità dei partiti che avevano già deciso lasciando a Democrazia Proletaria l’indicazione di Camilla Cederna, candidata di bandiera, nome autorevole del giornalismo, un miscuglio di velleità della società civile e sogno improponibile uguale a quello che aleggia in queste settimane con tanto di referendum online.

Tutti sono spendibili e non dovette esserci neppure la sensibilità di gettare nella mischia un vecchio antifascista come Leo Valiani, socialista inviso al Pds. Il candidato naturale era il “direttore” Giovanni Spadolini, «è il mio candidato naturale», testimoniò sempre Valiani, ma come lasciare a un repubblicano una carica così importante quando a spartirsela potevano essere due monumenti della Dc come Fanfani e Andreotti?

Ruffiani del voto come Cirino Pomicino, pontieri come De Mita (rieccolo) e ancora nessuna donna tra le scelte almeno fino ad allora. E invece fu la storia che decise per la Camera e non è vero che la Camera con i suoi fregi di Aristide Sartorio, la cabina chiamata “catafalco”, l’”insalatiera” dove si raccolgono i voti, sia l’impiantito dove si celebra il rito. Nel 1992, Scalfaro venne eletto a pochi chilometri da Palermo, a Capaci, in seguito alla morte di Giovanni Falcone, quella morte che mise la parola fine per sempre alla legittima aspirazione di “quell’uomo capace di tutto e quindi pronto a tutto” che era Giulio Andreotti.

Fuori quindi, a vantaggio di chi come Scalfaro, in quel tempo presidente del Senato, poteva vantare una maggiore convergenza nell’arco costituzionale. E pensare che prima che una sigaretta a Palermo decidesse il presidente a Roma, pure l’azionista Norberto Bobbio venne inserito nella rosa dei nomi, lui che è stato il maestro di Gustavo Zagrebelsky, altro candidato di quest’elezione dalla rete insieme a Stefano Rodotà.

E metodo De Mita fu anche la cena di Gianfranco Fini, Walter Veltroni, Pierferdinando Casini, che nel 1999 conversero sul nome di Carlo Azeglio Ciampi, spazzando via in un solo colpo le possibilità di “Rosetta”, Rosa Russo Jervolino, che dalla sua non aveva soltanto Romano Prodi, ma una improvvisata “lobby” delle donne trasversale che al suo interno annoverava pure Alessandra Mussolini per una miracolo napoletano che non avvenne.

E meriterebbe una glossa a parte Giuliano Amato, l’unico che nell’addio si meritò la fiducia di Bettino Craxi (“per succedermi ci sono Amato, De Michelis e Martelli e non soltanto per ordine alfabetico) e che sin dal 1992 è stato candidato, ma mai eletto, nonostante la stima che gode presso Berlusconi. Ecco, sarebbe l’imprescindibile, ma mai realizzabile il nome di Amato, il più longevo in questa lista ferma alle belle promesse.

Un gradino sotto a Franco Marini, «rappresentante di un Italia piccola, piccola», sindacalista in passato della Cisl, segretario del partito popolare, anch’esso già nel 1999 candidato e del resto ben ascoltato da Massimo D’Alema e da Silvio Berlusconi che a lui regalò una pipa Dunhill. “Quello uccide con il silenziatore”, ammonì Donat Cattin parlando di Marini, in silenzio questa volta potrebbe essere eletto, del resto come fidarsi di «loro» ripete più volte Berlusconi citando quelli di sinistra, se si eccettuano proprio D’Alema, Luciano Violante e appunto Marini?

Ecco, come fidarsi di D’Alema dovettero pensare quelli di sinistra nel 2006 quando si fece il nome del profeta di Gallipoli già accusato a sinistra di intelligenza con il nemico? Insomma, dovette più pesare il veto a sinistra che quello a destra se D’Alema non venne eletto, così come la catanese Anna Finocchiaro, tra le poche donne insieme a Emma Bonino ad essere abili per il Quirinale.

Si scelse il “migliorista”, l’ex former comunist come disse di se stesso a Henry Kissinger, Giorgio Napolitano. E fu la stessa Finocchiaro allora capogruppo del Pd al Senato, a esprimere «una forte emozione nello scrivere il nome di Napolitano», primo comunista al colle più alto.

Una «fatica senza lavoro e ozio senza piacere», disse Gonnella intorno alle elezioni del presidente della Repubblica, ma forse dovrebbe essere «delizia dell’impallinare», necessità per una condivisione,  che la lista dei caduti si fa romanzo, la strage onorevole dei presidenti, nomi che viaggiano in Transatlantico, buoni tutt’al più per farci origami sotto i piedi di un corazziere.

(twitter: @carusocarmelo)

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Carmelo Caruso