Il governo Renzi è già nel pantano?
ANSA /Maurizio Degli Innocenti
Il governo Renzi è già nel pantano?
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Il governo Renzi è già nel pantano?

I veti di Alfano, le dimissioni di Gentile, gli stop and go sulla legge elettorale: non basta l'audacia del presidente del Consiglio di fronte alle difficoltà e alla paralisi della politica italiana

Si è già smorzata la forza propulsiva della Ferrari di Renzi? Noie al motore e gomme bucate? La berlina di Angelino Alfano si sta dimostrando ben più resistente. Sta tagliando, con la flemma artigianale della stracotta politica politicante, tutti i traguardi. A cominciare dalla cospicua rappresentanza in un governo che presenta i vecchi volti della politica sostenuta dai padroni delle tessere e dei voti (la vera forza di Ncd, che non si basa sul consenso dei cittadini-elettori ad Alfano leader, ma su quello clientelare garantito ad Angelino da alfaniani con discreti arsenali, soprattutto al Sud).

Il “caso Gentile” farà scuola. L’ormai ex sottosegretario proviene da una famiglia di tradizioni socialiste, radicata nel territorio, con ramificazioni che ricalcano le diramazioni dell’albero genealogico. Dietro c’è una storia locale tutta italiana, incardinata nel professionismo e paternalismo di una politica che ha la sua incarnazione più evidente nelle terre del Sud ma che non risparmia il Nord (dove pure non mancano i clan). È questa l’Italietta che campa di legami sul territorio e connessioni nella capitale. Che vive nel muschio del sottobosco. Che brulica e non produce, ma raccomanda. Che non ha respiro europeo. Che soffoca il rinnovamento.

La Ferrari di Matteo Renzi si sta impantanando in questo fango (anche quello di cui Gentile dice di essere vittima). E se è vero che il presidente del Consiglio sta cercando (come deve fare, per tenere in piedi il governo) un compromesso col suo ministro dell’Interno e capo di Ncd, Alfano, sulla legge elettorale come sulla composizione dell’esecutivo, be’ allora Matteo ha perso in partenza, non si capisce come abbia potuto pensare di cambiare l’Italia (di rivoltarla come un calzino, per dirla con un suo rivoluzionario predecessore, Berlusconi, stoppato dalla burocrazia, dalla casta burocratica che detiene il potere reale, la magistratura).

Il solo fatto che Renzi non abbia potuto dichiarare alto e forte che la legge elettorale non solo si farà, ma rispetterà il patto d’onore concordato con Berlusconi leader del principale partito d’opposizione, e che stia invece scendendo a patti poco onorevoli con i piccoli partiti che hanno le leve per ricattarlo, fa pensare che neppure lui sia quel salvatore della patria, quel ciclico uomo della provvidenza che possa portarci fuori dalla palude. Lo aveva detto Renzi stesso nella drammatica e decisiva direzione del Pd in cui aveva liquidato Enrico Letta: aiutatemi a portarvi fuori dalla palude. Ma nessuno, neppure i suoi avversari più rispettosi, potevano immaginare che la Ferrari di Renzi affondasse così presto nella palude, senza neppure riuscire a spronare uno dei tanti cavalli del suo formidabile motore. I cavalli si sono trasformati in cavilli. Una riforma al mese, aveva promesso. Ma la prima riforma, la più importante forse, quella elettorale, e poi l’altra, l’architettura istituzionale della Repubblica, stagnano e ristagnano, in balìa di ricatti, emendamenti, cavilli, ripensamenti, altolà.

Gli italiani vogliono l’abolizione del Senato e una nuova legge elettorale. È un desiderio chiaro e semplice. Vogliono poter votare con un sistema che garantisca chiarezza dei risultati, governabilità e pochi partiti. Non vogliono la proliferazione delle poltrone e dei centri di potere, di ricatto e di ribaltoni. I partitini alla Ncd, invece, stanno lavorando in senso opposto, stanno tradendo i loro principi liberali con la pratica del compromesso e del sabotaggio mirata soltanto all’autoconservazione, propria e dei propri amici.

Non basta che si dimetta Gentile per spianare il campo al riformismo di Renzi. E se queste dimissioni sono state per di più, a loro volta, frutto di un inconfessabile compromesso per rallentare le riforme e consentire a Alfano di non doversi confrontare col voto popolare, tra lui e Renzi ha già vinto Alfano. E perso l’Italia. 

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