Guerra civile e emergenza umanitaria. La Siria come la Jugoslavia?
Guerra civile e emergenza umanitaria. La Siria come la Jugoslavia?
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Guerra civile e emergenza umanitaria. La Siria come la Jugoslavia?

Tutti i pericoli del conflitto: esodo ed emergenza umanitaria, armi chimiche, confronto internazionale.

Armi chimiche, flussi crescenti di profughi dentro e fuori i confini della Siria, la tensione che aumenta fra gli schieramenti internazionali pro e contro il regime di Hafez al-Assad. La guerra civile in Siria rimette in gioco gli assetti regionali e globali, minaccia la stabilità dei Paesi vicini. È una guerra combattuta con abbondanza di armi da tutte le parti, con una schiacciante superiorità aerea delle forze governative ma una forte capacità offensiva degli insorti, specie sunniti.

La presenza di depositi di gas letali nel Paese costituisce un rischio potenziale non solo per i ribelli ma per tutto l’Occidente, perché nel caos siriano non si può mai dire in quali mani potranno finire. Si spera non in quelle delle frange estremiste islamiche. Ma qualcuno può garantirlo?

Il Financial Times ha ricordato in un editoriale le parole di un analista del Royal United Services Institute, un think-tank britannico: "Non ci stiamo muovendo verso l’intervento, ma certamente l’intervento si sta muovendo verso di noi".

Il punto è che Damasco può contare sul sostegno convinto di Russia, Cina e Iran. Mosca, in particolare, continua ad armare Assad e a fare muro nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU per evitare risoluzioni e ultimatum volti a favorire l’ingerenza umanitaria.

I fuggiaschi bloccati ad Aleppo, roccaforte dei ribelli, sarebbero 18 mila in condizioni estreme, incapaci di sottrarsi ai combattimenti. Si tratta di una cifra che corrisponde al numero di morti dall’inizio della rivolta. L’Unione Europea ha messo in guardia su possibili scenari di catastrofe "jugoslava". Un esodo imponente avrebbe come primo effetto, politico e demografico, la destabilizzazione di Paesi come Libano e Giordania. Ma la pressione sui confini sarebbe forte (lo è già) pure verso la Turchia.

Il secondo effetto sarebbe il concretizzarsi di un’emergenza umanitaria che avvicinerebbe la decisione delle Nazioni Unite di un intervento mirato a proteggere i civili.

Resta però impensabile un intervento internazionale che avesse lo scopo dichiarato di rovesciare Assad. Troppi e troppo potenti sono ancora gli alleati del presidente siriano sulla scena regionale e internazionale. Ma l’implosione/esplosione minaccia di generare un effetto domino nell’area, che nessuno può permettersi. La parola è alle armi. Nessuna delle parti mostra segni di cedimento. Nessuno molla. I ribelli formano (o almeno ci provano) un governo in esilio.

Assad riprende in mano la situazione a Damasco e attacca Aleppo dopo l’assalto kamikaze che ha decapitato i suoi vertici militari e della sicurezza. Gli osservatori delle Nazioni Unite assistono inermi e impotenti alle stragi. Ed è per tutto ciò che l’Unione Europea parla di "rischio Jugoslavia".

Se consideriamo la lentezza e in qualche caso assurdità della (non) reazione internazionale nei dieci anni di guerre jugoslave che hanno ridisegnato la geografia politica dei Balcani, potremmo anche aspettarci una balcanizzazione della Siria, e tempi ancora lunghi prima di vedere di nuovo la pace a Damasco.

L’allarme sulle armi chimiche, sui profughi e sull’emergenza sanitaria e alimentare non è mai stato sufficiente a convincere il mondo a intervenire. Per riuscirvi, ci sono voluti interessi politici concordi o tollerati dai protagonisti della politica internazionale.

Altrimenti, la guerra si vince con le armi (non si vince con i media, anche se i media possono aiutare a vincere la guerra).

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