Il "complotto" contro Cristophe de Margerie
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Il "complotto" contro Cristophe de Margerie
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Il "complotto" contro Cristophe de Margerie

Perché, nonostante le evidenze, il dubbio che non si sia trattato di un banale incidente a provocare la morte del numero 1° di Total appare duro a morire

Apparentemente ci sono ancora alcuni tasselli fuori posto per poter archiviare l'esatta dinamica della morte dell'amministratore delegato di Totale, Cristophe de Margerie. C'è una frase del portavoce del comitato di investigazione russo, Vladimir Markin, secondo il quale il guidatore dello spazzaneve che si è schiantato all'aeroporto di Vnukovo contro il jet privato  di de Margerie era «sotto l’influenza dell’alcol». Ma c'è anche la versione dell'avvocato Alexander Karabanov secondo il quale il suo assistito «non beve assolutamente alcolici perché soffre di una malattia cardiaca cronica certificata da medici e confermata dai parenti». E c'è il fatto che i francesi hanno già inviato tre ispettori dell'aviazione civile per cercare di chiarire le circostanze dell’incidente occorso all’aereo, un Falcon 50 della compagnia Unijet.

Ma a tingere di giallo la morte di quest'uomo, che da dieci anni gestiva la Totale con uno stile eretico e un'energia fuori dal comune, sembra esserci anche il fatto - per chi crede nei complotti - che chi si è formato negli anni della guerra fredda è troppo innamorato delle spy story e dei misteri, quando coinvolgono i russi, per credere davvero che si sia trattato di un accadimento drammaticamente banale, come sostengono gli uomini del Cremlino. E del resto il fatto per noi italiani che anche Enrico Mattei sia  morto in un misterioso incidente aereo - che rimane ancora oggi, a 52 anni di distanza uno dei grandi misteri italiani - non aiuta certamente a dissipare ombri e dubbi sulla morte di De Margerie.

«L'autista dello spazzaneve non beve assolutamente alcolici perché soffre di una malattia cardiaca cronica certificata da medici e confermata dai parenti»

Gli elementi che fanno propendere per un incidente sono chiari. De Margerie - proveniente da a una famiglia di diplomatici e dirigenti d'azienda (suo nonno Pierre Taittinger fondò l’impero del lusso Taittinger) - era davvero un amico della Russia. Si batté come un leone per evitare l'inasprimento delle sanzioni contro Mosca dopo la crisi ucraina, come ha anche ricordato Putin nel suo discorso di commiato dopo la scomparsa. Fu più volte ospite di Medvedev nella sua dacia. La sua azienda, la Total, produceva dal 1997 nel giacimento russo di Kharyaga con riserve di 97 milioni di tonnellate. Ciononostante le congetture sulla morte di Big Moustache - come era soprannominato - non accennano a diminuire. L'uomo era semplicemente troppo potente per morire così, con un banale incidente con un autista ubriaco, in un aereoporto, per di più di Mosca, senza che nessuno cercasse di instillare il dubbio che, a provocarne la morte, possa essere stato qualcuno cui De Margerie  aveva pestato i piedi in ambito energetico. Un oligarca, una grande azienda rimasta tagliata fuori dal sito Tambeyskoye, dove la Totale - con la russa Novatek e la cinese CNPC Total - aveva previsto un investimento da 27 miliardi dollari. Né basta quella frase («in Russia, Total è una società russa, quando sei in Russia, uno è russo. Dobbiamo rispettare le leggi del paese in cui ci troviamo») pronunciata da Cristophe de Margerie in una conferenza stampa congiunta con Medvedev per dissipare i dubbi. De Margerie deve essere stato vittima di un complotto. A precindere.


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