Gas: l’Italia tra il Nord Africa inquieto e le scelte degli altri
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Gas: l’Italia tra il Nord Africa inquieto e le scelte degli altri
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Gas: l’Italia tra il Nord Africa inquieto e le scelte degli altri

La partita per il futuro energetico europeo si gioca tra gli accordi e disaccordi USA-Russia e la diversificazione delle fonti. Ma il Nord Africa è ancora instabile

per LookOut News

Se il prolungarsi della crisi russo-ucraina modificherà, come sembra, l’equilibrio geo-economico esistente oggi in Europa, la parola d’ordine per Paesi come l’Italia diverrà inevitabilmente “diversificare”, come in parte già accade grazie al buon senso della dirigenza italica e all’eredità del Novecento.

Dopo che ieri l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato “illegale” il voto referendario in Crimea e in seguito alla visita del presidente Obama in Europa - il quale ha promosso il gas made in USA per il futuro prossimo dell’approvvigionamento energetico nel Vecchio Continente - è tempo di riflettere sulle dipendenze vitali e sulle aree geografiche da cui domani dovremo attingere l’energia.   

- L’energia in Europa

Partendo dall’Europa, da un lato abbiamo Paesi come Spagna, Portogallo e Gran Bretagna che non sono particolarmente preoccupati di un ipotetico aggravarsi delle forniture dalla Russia via Ucraina perché non acquistano neanche un metro cubo di gas dalla Russia. Dall’altra abbiamo invece Paesi come Austria, Polonia e Bulgaria che acquistano il 100% delle fonti energetiche da Mosca, cui si aggiunge l’Ungheria, che ne sfrutta l’80% e che - tanto per dire - oggi si è opposta alle sanzioni economiche nei confronti della Russia “perché questo non è nell’interesse dei Paesi europei tra cui l’Ungheria”, come ha sottolineato il primo ministro, Viktor Orban.

Storia a parte per la Germania, che dipende totalmente dalla Russia ma che sfrutta il canale diretto attraverso il Mar Baltico (la pipeline North Stream), senza passaggi intermedi. Infine, abbiamo l’Italia che si serve per poco meno del 30% circa del totale del gas russo.

Il nostro Paese, se vuole davvero “diversificare” deve chiaramente rivolgersi a sud, nel bacino del Mediterraneo, dove può sfruttare soprattutto le fonti libiche e algerine per gli idrocarburi. Questi Paesi, tuttavia, assieme a Tunisia ed Egitto, sono stati o sono ancora affetti da gravi problemi d’instabilità dovute ai regime change e alle Primavere Arabe, che hanno modificato lo scenario politico di tutto il Nord Africa. 

- La Libia e l’energia in ostaggio

Rovesciato definitivamente il regime di Gheddafi nell’ottobre del 2011, ad agosto 2012 il Consiglio nazionale di transizione libico (CNT) cedeva il potere alla nuova Assemblea congressuale. Tuttavia la crisi politica non si è mai risolta, né tantomeno la sicurezza è migliorata. In poco tempo, infatti si sono moltiplicati gli assalti ai palazzi del potere, il parlamento è stato circondato e occupato più volte e il premier Ali Zeidan  è stato prima rapito da milizie separatiste e poi è fuggito in Europa (in seguito allo scandalo della petroliera che tentava di esportare greggio per conto di ribelli indipendentisti della Cirenaica). 

Oggi il Paese è in mano al ministro della Difesa, Abdullah Al Thinni, capo del governo ad interim, in attesa della convocazione di nuove elezioni. Ma il problema delle forniture di idrocarburi verso l’Europa persiste e, oltre alla Cirenaica che chiede autonomia, numerosi porti come quello di Misurata e Sirte, nella regione centrale, sono sotto scacco della Brigata Scudo della Libia ovvero la milizia che controlla i pozzi petroliferi e tenta di vendere autonomamente il greggio (a cui sono peraltro interessati Paesi sotto embargo come la Corea del Nord).

- Algeria e Tunisia

Il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, durante una visita in Tunisia pochi giorni fa (la controparte americana, John Kerry, è atteso a giorni in Algeria e forse anche a Tunisi) ha mosso accuse pesanti circa la presenza nel territorio tunisino e algerino di agenti stranieri, che avrebbero il compito di destabilizzare l’Algeria e fomentare l’ennesima rivoluzione della regione, da cui il Paese si è finora salvato grazie alla granitica resistenza del presidente Bouteflika, che tra l’altro si ricandida alle elezioni del 17 aprile prossimo alla tenera età di 77 anni (ma è molto malato e sarà poco più che un garante, dunque). Lo scenario complottistico ipotizzato da Lavrov vedrebbe dunque ripetersi in Algeria i rivolgimenti in Libia e Tunisia, istigati da fazioni straniere e lobby partigiane. Magari non è vero, ma simili ricostruzioni non sono del tutto fantasiose: ricordate l’assalto all’impianto petrolifero di In Amenas dell’estate 2013?

- L’Egitto di Al Sisi

Il Cairo non è per noi un partner per le forniture energetiche, tuttavia un Egitto instabile è un grave pericolo per tutto il Mediterraneo. Nel frattempo, il 26 marzo dal Cairo è arrivata la tanto attesa notizia da parte del generale Abdel Fattah Al Sisi circa la sua candidatura a presidente alle elezioni di luglio. Al Sisi, fino ad oggi capo supremo dell’Egitto e delle Forze Armate, ha dovuto rinunciare agli abiti militari presentando al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) le proprie dimissioni, in quanto l’ultima versione della Costituzione egiziana vieta al personale militare di accedere a ogni tipo di competizione elettorale. Ma il Paese resta scosso dalle violenze e dall’instabilità: nel Sinai, dove le scorribande di terroristi e jihadisti hanno compromesso il turismo (imoprtantissima fonte di entrate per l’Egitto); e nel resto d’Egitto a causa dalla messa al bando dei Fratelli Musulmani, che non solo contestano il governo attuale come illegittimo ma minacciano di mettere a ferro e fuoco il Paese.

- Conclusioni

Se dunque l’Europa non risolverà in casa propria la questione russo-ucraina, se non stabilizzerà gli accordi di libero scambio del continente e quelli atlantici, se non scenderà a patti con la Russia, se infine non si prenderà carico di aiutare concretamente il Nord Africa, assicurare un domani energetico stabile per l’Unione Europea resterà un’utopia e tutto ciò graverà sempre sulle nostre scelte politiche. Tutto ciò, come dimostra l’attuale situazione (una bomba ad orologeria innescata e pronta ad esplodere in qualsiasi momento), ci espone a sottostare ancora una volta a scelte che ci vengono imposte da altri.

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