Luigi Gavazzi

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Di cosa stiamo parlando. Donald Trump ha firmato venerdì 27 gennaio un ordine esecutivo che
- sospende l'ingresso di rifugiati negli Stati Uniti per 120 giorni;
- invita i funzionari a usare nuove procedure di verifica per assicurare che coloro che siano stati accettati per l'ingresso con lo status di rifugiati non rappresentino "una minaccia alla sicurezza e al benessere degli Stati Uniti".
- L'ordine blocca inoltre l'ammissione di rifugiati dalla Siria indefinitamente;
- e impedisce per 90 giorni l'ingresso negli Stati Uniti da sette paesi prevalentemente musulmani: Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. Domenica 29 gennaio poi, la Casa Bianca, ha comunicato una parziale modifica/precisazione a questa parte dell'Ordine esecutivo: in sostanza l'impedimento temporaneo all'ingresso negli Stati Uniti dai sette paesi citati sopra, non si deve applicare a coloro che sono in possesso di una green card che consenta la residenza permanente nel paese. 
Lunedì inoltre, il Foreign Office britannico ha comunicato che questo bando non riguarda cittadini britannici in possesso anche di un secondo passaporto emesso da uno dei sette paesi.

- L'ordine prevede anche un test religioso per i rifugiati dai paesi musulmani: i cristiani e le altre minoranze religiose avranno la priorità.

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Le reazioni

Lunedì 30 gennaio è arrivata una delle più dure condanne internazionali all'ordine esecutivo di Donald Trump. È stata pronunciata dall'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Zeid bin Raad Zeid al-Hussein.
"La discriminazione sulla base della nazionalità è vietata dalle leggi sui diritti dell'uomo", ha tuonato in un raro tweet, "il bando americano è una cosa meschina nonché uno spreco di risorse che potrebbero essere destinate alla lotta contro il terrorismo".
Il 53enne principe giordano nel settembre 2014 è diventato il primo asiatico, arabo e musulmano a guidare l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di diritti umani, subentrando alla sudafricana Navy Pillay.

Lo scorso settembre aveva già sferrato un duro attacco a "populisti, demagoghi e fantasisti politici" come l'allora candidato repubblicano Trump, Geert Wilders e Nigel Farage.
"Per loro devo essere una sorta di incubo, sono un musulmano che, con gran sorpresa dei razzisti, è anche un bianco; la cui madre è europea e il padre arabo; e sono anche arrabbiato", aveva spiegato in un discorso.
Al cuore del suo ragionamento, Hussein metteva l'osservazione che i punti in comune tra nazionalisti populisti come Trump, l'olandese Wilders, l'ungherese Orban, il ceco Zeman, la francese Marine Le Pen, il britannico Farage sono anche in comune con l'Isis, "con cui si alimentano a vicenda".
"Tutti cercano, con modalità diverse, un ritorno a un passato idilliaco in cui i campi assolati sono curati da persone di un'unica etnia o religione che vivono in pace nell'isolamento, padroni del proprio destino, liberi dal crimine, dalle influenze straniere e dalla guerra, un passato che non è mai esistito da nessuna parte", affermava Hussein.
"I populisti usano le mezze verità e le iper-semplificazioni avvalendosi di Internet e dei social media che sono perfetti veicoli permettendo di ridurre un pensiero nelle confezioni più piccole, un tweet o una frase". "La formula è semplice", spiegava l'Alto commissario per i diritti umani, "fai sentire malissimo gente che è già nervosa e poi enfatizza che è tutto a causa di un certo gruppo, estraneo e minaccioso. Poi fai sentire meglio il tuo uditorio offrendo quella che per loro è un sogno ma per altri è un'orribile ingiustizia. Infiamma e placa, ripeti molte volte, finché l'ansia non si indurisce nell'odio".

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"Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente", domenica 29 gennaio ha tentato di gettare acqua sul fuoco il presidente, ricordando che "ci sono altri 40 Paesi nel mondo a maggioranza islamica che non sono interessati dal provvedimento", e ribadendo che gli Usa rilasceranno nuovamente i visti dopo aver rivisto e rafforzato il sistema dei controlli, come previsto dalle sue disposizioni.

Ma Trump si è dovuto scontrare per la prima volta con i contrappesi della democrazia, quando il giudice federale di New York Ann M. Donnelly, accogliendo il ricorso di due iracheni bloccati al Jfk, ha deciso che nessun rifugiato, nessun titolare di visto e nessun viaggiatore proveniente dai sette Paesi islamici banditi può essere rispedito indietro, per evitare "danni irreparabili".

UN PROVVEDIMENTO ILLEGALE
Una decisione valida su tutto il territorio nazionale, dove nel frattempo 16 procuratori generali hanno emesso una dichiarazione congiunta nella quale definiscono il bando incostituzionale.

Gli attorney general sostengono che la libertà religiosa è un principio fondamentale del Paese, auspicando che l'ordine esecutivo sia ritirato e impegnandosi nel frattempo a garantire che il minor numero possibile di persone soffrano per questa situazione.

Come ha lucidamente scritto David Miliband sul New York Times, l'ordine esecutivo di Trump sui rifugiti è il ripudio di alcuni valori fondamentali americani, la fine del ruolo degli Stati Uniti come paese leader nella protezione dei valori umanitari, che, invece di proteggere il paese dall'estremismo, offre un regalo propagandistico a coloro che tramano per colpire l'America.

Miliband aggiunge che l'ordine taglia il numero di rifugiati per i quali era previsto la ricollocazione negli Stati Uniti nel 2017; questo numero passerà da 110mila a 50mila. In questo modo spedisce nel limbo 60mila persone, vulnerabili, già considerati rifugiati e già destinati a essere accolti negli Stati Uniti.

 

Già sabato l'American Civil Liberties Union ha definito il provvedimento una misura formulata eufemisticamente per esercitare una discriminazione contro i musulmani. 

Oxfam ha detto che l'ordine di servizio di Trump colpirà molte famiglie in vari paesi del mondo che sono minacciati da governi autoritari.

I rifugiati colpiti dalla decisione di Trump, ha affermato il presidente di Oxfam America, Raymond Offensheiser, sono fra le persone più vulnerabili del mondo, e stanno semplicemente cercando di trovare un luogo più sicuro dove vivere dopo essere fuggiti da una violenza terribile.

Nel giustificare il suo provvedimento, in effetti, Trump ha formulato una delle sue frottole: intervistato dal Christian Broadcasting Network, ha detto che le precedenti amministrazioni permettevano l'arrivo dalla Siria dei musulmani ma non dei cristiani perseguitati. Come ricorda il New York Times, secondo i dati del Pew Research Center, nel 2016 sono entrati negli Usa 37.521 rifugiati cristiani e 38.901 musulmani.

Anche secondo David Bier, l'ordine esecutivo di Trump è illegale. Il Congresso infatti, nel 1965 con  l'Immigration and Nationality Act ha vietato ogni discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. Una discriminazione aggravata da quella religiosa, dato che Trump, oltre a mettere nel mirino solo Paesi musulmani, ha disposto di dare priorità in futuro ai rifugiati cristiani o di altre minoranze religiose perseguitate. Col paradosso inoltre che nel suo bando il presidente, pur citando l'11 settembre, ha "dimenticato" i Paesi da cui provenivano gli attentatori: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Libano, dove in alcuni casi possiede degli asset.

La Casa Bianca
La Casa Bianca continua a difendere il provvedimento. "Non c'è alcun caos", ha assicurato il capo dello staff Reince Priebus, aggiungendo che ieri 325 mila viaggiatori sono entrati negli Usa e solo 109 sono stati fermati. "Gran parte di loro sono stati rilasciati. Abbiamo ancora una ventina di persone che restano detenute", ha sostenuto, prevedendo che saranno presto rilasciate se sono in regola.

Priebus ha però fatto una parziale retromarcia precisando che l'ordine non interesserà i detentori della 'green card' (che consente ad uno straniero di risiedere in Usa per un periodo di tempo illimitato), un punto suggerito dall'eminenza grigia della Casa Bianca, il chief strategist Steve Bannon.

Priebus ha tuttavia ricordato che gli agenti di frontiera hanno il "potere discrezionale" di detenere e interrogare i viaggiatori che arrivano da Paesi a rischio, alimentando così nuove incertezze.

Trump tuttavia non fa marcia indietro: "Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi, ADESSO. Guardate quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo - un caos orribile!", ha twittato.

Le reazioni dei Governi
L'Iran è stato il primo Paese a reagire. Dopo le critiche del presidente Hassan Rohani ("Oggi è tempo di riconciliazione e convivenza, non di erigere muri tra le nazioni"), Teheran ha deciso di applicare il principio della reciprocità contro questo "affronto" che rischia di essere "un grande dono agli estremisti".

Ha poi convocato l'ambasciatore svizzero a Teheran (che rappresenta gli interessi americani nel Paese) per consegnarli una dura lettera di protesta contro lo stop agli ingressi.
L'attrice iraniania Tanareh Alidoosti, protagonista del film "The Salesman" (Il cliente) candidato agli Oscar, ha intanto deciso di boicottare la cerimonia di premiazione.

Anche in Europa, alcuni leader cominciano a mostrare il loro dissenso, da Angela Merkel a Paolo Gentiloni sino a Theresa May e al suo ministro degli Esteri Boris Johnson, alfiere di quella Brexit lodata apertamente da Trump. Scende in campo anche la Lega Araba, con il suo segretario generale Ahmed Aboul Gheit che si è detto "profondamente preoccupato" per le "restrizioni ingiustificate" adottate da Trump nei confronti dei cittadini di sette Paesi islamici, con possibili "effetti negativi".

Per Angela Merkel lo stop agli ingressi in Usa dei rifugiati provenienti da alcuni paesi "non è giustificato". La cancelliera tedesca, ha spiegato il portavoce Steffen Seibert, "è convinta che anche la necessaria lotta al terrorismo non giustifica" una misura del genere "solo in base all'origine o al credo" delle persone.

Immediata anche la replica dell'Onu: l'Organizzazione internazionale per le migrazioni e l'Alto commissariato Onu per i rifugiati hanno chiesto agli Usa di "continuare ad esercitare il loro forte ruolo di leadership" e a rispettare "la lunga tradizione di proteggere coloro che fuggono da conflitti e persecuzioni". Francois Hollande è stato invece il primo leader europeo ad invocare la "fermezza" del vecchio continente nel dialogo con Trump, prima di ricevere la sua telefonata. "L'Europa deve definire una politica estera comune per affrontare il resto del mondo", ha detto, ricordando che "il protezionismo non fa parte del Dna europeo".

Anche il mondo della cultura si mobilita. "Mi si spezza il cuore nel vedere che oggi il presidente Trump chiude la porta ai bambini, alle madri e ai padri che fuggono dalla violenza e dalla guerra", ha scritto su Fb il premio Nobel per la pace 2014 Malala Yousafzai.

La protesta negli USA
La protesta monta anche in tutta l'America, dove molti aeroporti, in primis il Jfk, sono stati teatro di manifestazioni per la liberazione dei passeggeri detenuti. La contestazione oggi si è spostata a Battery Park, in vista della Statua della Libertà, il monumento simbolo delle politiche di accoglienza dell'America.

A lanciare l'appello via Twitter è stato il regista Michael Moore, che ieri aveva mobilitato gli attivisti al Jfk, e nel pomeriggio una folla enorme si è riversata lì, marciando poi sino a Ground Zero e Midtown. Ma la protesta più inattesa è stata quella che ha assediato la Casa Bianca, promossa sulle reti sociali con il motto "Non staremo in silenzio. Combattiamo".

Diverse migliaia di persone hanno gridato ed esibito numerosi slogan contro il provvedimento di Trump, mentre lui telefonava ad alcuni leader arabi dallo Studio Ovale. Sul piano politico il presidente deve fare i conti non solo con l'opposizione democratica, che gli ha già chiesto di ritirare il bando minacciando iniziative legislative, ma anche con alcuni leader repubblicani, che lo hanno invitato alla cautela. Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato, ha detto che è una buona idea rafforzare i controlli sull'immigrazione ma, ha precisato, "penso anche che sia importante ricordare che alcune delle nostre risorse migliori contro il terrorismo islamico sono i musulmani, sia in questo Paese che all'estero"

L'inquietudine monta pure nel mondo accademico e studentesco americano. Una petizione è già stata firmata da 12 premi Nobel e migliaia di docenti. Preoccupati anche gli studenti, che hanno cominciato a radunarsi in alcuni atenei, tra cui Harvard. Alzata di scudi anche dalla Silicon Valley, quella che più ha beneficiato dei talenti da oltreoceano. Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg si è detto preoccupato dalla stretta sui migranti esortando il presidente a mantenere aperti i confini degli Stati Uniti ai rifugiati che hanno bisogno di un rifugio sicuro e a non deportare milioni di persone senza documenti che non pongono alcuna minaccia alla sicurezza nazionale. Sulla stessa lunghezza d'onda i dirigenti di Twitter e Google, quest'ultima affrettatasi a far rientrare il prima possibile circa 100 suoi dipendenti provenienti dai Paesi islamici.

[The New York Times, The Guardian]

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