Terrorismo: perché i servizi segreti italiani funzionano meglio di quelli belgi

Le forze di sicurezza italiane hanno alle spalle una lunga esperienza nella lotta al jihad e alla mafia. È il nostro punto di forza

Raid Bruxelles

Agenti delle forze speciali sul luogo dell'arresto di un sospetto terrorista a Schaerbeek, Bruxelles, 25 marzo 2016 – Credits: PA/JULIEN WARNAND

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Gli eventi delle ultime settimane in Belgio hanno posto drammaticamente in luce le enormi carenze mostrate dagli apparati di sicurezza belgi nel contrasto al terrorismo. Gli attentati del 22 marzo a Bruxelles hanno dimostrato che il Paese che è stato scelto come sede delle istituzioni dell’Unione Europea non è dotato di strutture di sicurezza adeguate alla portata della minaccia posta dalle reti domestiche di jihadisti europei.

 Il “nucleo di fuoco” che ha colpito l’aeroporto di Zaventem e la metropolitana della capitale belga non soltanto era composto da personaggi ampiamente noti alle sei diverse polizie belghe e al Servizio di sicurezza interno, ma ha potuto agire pressoché indisturbato partendo dai propri covi nei quartieri “monstre” di Molenbeek e di Sherbeck, cittadelle musulmane delle quali le forze di polizia non hanno alcun controllo.

Terrorismo: Bruxelles sotto attacco

Lo stesso Salah Abdeslam, ricercatissimo in tutta Europa dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, ha vissuto da latitante per ben quattro mesi a Molenbeek in un covo situato a soli 400 metri dalla sua abitazione per essere poi arrestato solo grazie a una soffiata occasionale.

 Insomma, come ha di recente sottolineato in un’intervista al quotidiano La Repubblica l’intellettuale francese Gilles Kepel, il Belgio sotto il profilo della sicurezza è “uno Stato fallito”. Adesso le autorità belghe cercano di correre ai ripari correggendo frettolosamente alcune norme iper garantiste, come quella assurda che impedisce alla polizia di effettuare perquisizioni nelle abitazioni dalle 11 di sera alle 6 del mattino – una norma grazie alla quale Abdeslam a novembre riuscì a sfuggire all’arresto abbandonando a mezzanotte l’abitazione in cui si era rifugiato – ma difficilmente il sistema potrà essere adeguato, in tempi accettabili, alle nuove esigenze poste dalla minaccia terroristica.

Quali rischi per l’Italia?

In questo periodo i media italiani hanno lanciato continui allarmi, spesso sopra le righe e ai confini dell’isteria di massa, sui pericoli che anche il nostro Paese corre per la possibilità di attacchi islamisti. Per fortuna, in tema di sicurezza, la situazione dell’Italia è molto lontana dai livelli di insicurezza di Belgio e Francia.

Quando si parla di efficacia delle misure di prevenzione in tema di antiterrorismo l’unico indicatore efficace è l’assenza di attentati. È un indicatore impalpabile perché quando si previene l’azione terroristica il risultato è una serie di “non eventi” difficilmente inquadrabili in termini statistici poiché se la prevenzione funziona “non succede niente”. L’Expo di Milano e il Giubileo di Roma erano ambedue eventi giudicati pericolosamente idonei ad attirare sul nostro Paese le attenzioni del jihadismo internazionale. Il fatto che non si siano registrati attentati, finora, non può essere considerato frutto dello “stellone” italiano.

La fortuna non è una categoria da prendere in considerazione in sede di analisi della congiuntura storica. Lo “stellone”, se esiste, è stato sicuramente sostenuto e assistito da un apparato di sicurezza generale sicuramente più efficiente e affidabile di quelli messi in (cattiva) luce dagli attentati di Parigi e Bruxelles.

 

Salah Abdeslam: come gestire uno stragista

Non dimentichiamo che le nostre forze di polizia e i nostri servizi hanno alle spalle una lunga ed efficace esperienza operativa maturata durante decenni di lotta al terrorismo e alla mafia. A questa esperienza si affianca un complesso di misure e di norme che consentono agli apparati di sicurezza e alla magistratura di agire con un’efficienza neppure lontanamente paragonabile a quella di un apparato di sicurezza come quello belga reso inefficiente da una pluralità di centri di comando che spesso non dialogano anche per le incomprensibili e antistoriche rivalità tra fiamminghi e valloni (avete notato la ridicola doppia scritta “Politie” e “Police” sui giubbotti dei poliziotti belgi?) e da norme inadatte a un Paese capace di costruire un ghetto musulmano come Molenbeek.

 

Come potenziare l’azione dei nostri servizi segreti

In Italia abbiamo forze di polizia bene attrezzate contro qualunque forma di delinquenza organizzata e capaci di esercitare un adeguato controllo del territorio. Tutto bene quindi? No. Ci sono dei problemi la cui soluzione potrebbe farci dormire sonni più tranquilli. I nostri servizi di informazione e sicurezza AISI, AISE e DIS sono ancora vittime di consolidati e diffusi pregiudizi che contribuiscono a minarne le capacità di intervento. La scarsa cultura di intelligence dei nostri legislatori li ha, forse per paura di un loro “eccesso di efficienza”, avviluppati in un complesso di norme che rendono la loro operatività molto problematica.

 

Ad esempio, per paura di chissà quale potenziale pericolo per la democrazia, ai servizi è vietato di utilizzare come fonti giornalisti, membri del clero, sindacalisti e via dicendo all’insegna di una correttezza politica che mal si concilia con l’esigenza di raccogliere “informazioni comunque disponibili utili alla tutela della sicurezza nazionale”.

Anche sul piano del budget i nostri apparati sono messi male: dei circa 800 milioni di euro stanziati annualmente dal governo per gli apparati di sicurezza, l’80% viene assorbito da stipendi e indennità e quello che resta difficilmente assicura livelli adeguati di operatività (le fonti e gli informatori costano).

Eliza Manningham-Buller, direttrice del servizio di sicurezza inglese MI5, dopo gli attentati dell’11 settembre, disse al primo ministro britannico Tony Blair: “Signor primo ministro si ricordi che un governo ha, in termini di sicurezza, quello per cui paga”. Lo stesso discorso vale per tutti gli apparati, anche per i nostri. Se vogliamo più sicurezza dobbiamo investire di più e meglio adeguando nel contempo norme e leggi con interventi di modernizzazione in grado di assicurare ai servizi un’operatività adeguata alla portata della minaccia.

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