Che cosa sta succedendo in Turchia

Gli attentati a Istanbul, il malcontento dei giovani, la legge bavaglio voluta da Erdogan che sta trasformando il Paese in uno Stato di polizia: la posta in palio in vista delle elezioni del 13 giugno

Per la libertà di stampa in Turchia

Manifestazione per la libertà di stampa davanti l'ambasciata Turca a Roma – Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Paolo Papi

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A meno di due mesi dalle elezioni legislative che potrebbero far perdere per la prima volta la maggioranza al partito islamico guidato da Tayip Erdigan, la Turchia si trova al centro di una ondata di terrore che ha lasciato sgomenti e interdetti gran parte dei laboratori strategici occidentali. Tre attentati uno dopo l'altro, apperantemente senza un filo conduttore, che però rivelano quanto sia forte il livello di malcontento della popolazione dopo oltre un decennio di ininterrotto potere del partito islamico: l'uccisione del procuratore Mehmet Selim Kiraz da parte dei terroristi rossi del Dhcp, l'attacco a una stazione di polizia di Istanbul da parte di un'attentatrice suicida rimasta uccisa nel successivo scontro a fuoco, l'assalto incruente alla sede dell'Akp della capitale turca.

E come se non bastesse, il più grande black out del Paese degli ultimi quindici anni. Non che queste azioni abbiano un'unica matrice, ma il dubbio è che il famoso modello Erdogan - fondato su una forte limitazione della libertà di stampa e su un ferreo controllo delle forze di polizia (alle quali sono stati conferiti poteri speciali ed extragiudiziali) - stia cominciando a mostrare le prime crepe. 

ERDOGAN SI GIOCA IL TUTTOPER TUTTO
Il presidente-sultano, che per la prima volta non si presenterà alla guida dell'Akp, si trova di fronte a un bivio. O riesce nella prossima legislatura  a riscrivere la Costituzione all'insegna di una riforma presidenzialista e autoritaria, riducendo al contempo i poteri del premier che tanti grattacapi gli hanno creato in questi ultimi anni, oppure dovrà ammettere che sarà necessario condividere il potere con quei pezzi dello Stato - dalla magistratura fino ai generali laici sopravvissuti alle purghe  - che non hanno sempre visto di buon grado l'irresistibile ascesa dell'ex venditore ambulante, poi calciatore riconvertito alla politica, salito al potere nel 2002 grazie a una campagna mediatica moralizzatrice di cui oggi è lui, grazie a una serie di intercettazioni, la vittima.

IL PRESIDENZIALISMO-SULTANATO
Con il premier Davutoglu - messo lì per traghettare il Paese verso il presidenzialismo autoritario che ha in mente Edogan ma che in realtà si è dimostrato in un osso assai duro, specie nel negoziato coi curdi - i rapporti non sono mai stati idilliaci. Il presidenzialismo che immagina Erdogan non contempla contrappesi forti al potere del sultano. Nè premier che puntino a fargli ombra. Il presidenzialismo che immagina Erdogan prevede che la Turchia, pur rimanendo nell'alveo democratico, dia una forte stretta al dissenso, ai giornali di opposizione e alle voci critiche che sovente si sollevano dalle università e dalle piazze del Paese.

La legge bavaglio appena approvata dal parlamento controllato dall'Akp è stato solo un aperitivo. Non basta infatti a Erdogan il decreto che consente alle forze di polizia di usare armi durante le manifestazioni, eseguire perquisizioni sui manifestanti e procedere a intercettazioni e detenzioni fino a 48 ore senza il sì del magistrato. Vuole tutta la posta. In questo scenario, l'ascesa nei sondaggi del partito curdo è l'unica minaccia al disegno monopolista che ha in mente. Ed Erdogan punta a frenarla, disarticolarla prima del voto: un voto chiave per il futuro non solo della Turchia, ma anche in parte, dell'Europa e della Nato, di cui la Mezzaluna - nonostante gli ambigui rapporti con i miliziani dell'Isis - continua paradossalmente a far parte.


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