Siria, sette anni dopo, cosa resta del movimento non violento

Pensieri sul futuro del paese attraverso il destino di chi è stato ucciso o imprigionato dalle forze del regime di Assad

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Una bambina siriana nel campo di rifugiati di Manbij - 6 marzo 2017 – Credits: DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images

Asmae Dachan

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Il 2011 è stato per la Siria l’anno del giro di boa. Nessuno poteva immaginare quanto sarebbe costato il desiderio di buona parte del popolo di cambiare, di uscire dall’era della Siria degli Assad e di iniziare l’era della Siria di tutti i siriani.
Le voci riecheggiavano fiere e coraggiose tra le strade di Der’a, Homs, Hama e Aleppo, squarciando il muro dell’omertà e della paura. Studenti, ragazze e ragazze, ma anche lavoratori, di etnie e confessioni diverse, scesi in piazza, in barba al tanto odiato “stato d’emergenza” in vigore dal ’63, che vietava le manifestazioni.

“Silmiye”, cantavano, "pacifica", perché la loro era una rivolta per amore della Siria, per chiedere riforme, libertà e dignità.
Sono passati sette anni da allora, e del popolo di quelle piazze restano solo pochi superstiti.
Molti sono stati uccisi in quelle stesse strade dove sfilavano pieni di speranza. Non hanno visto tutto quello che è successo dopo: il loro sogno di libertà trasformarsi nell’incubo di una violenza crescente, passata dalla repressione, alla lotta armata, dai bombardamenti indiscriminati al terrorismo, fino a diventare un massacro con diaspora. Su una popolazione che prima del 2011 contava circa 22 milioni di abitanti, oggi più di sei milioni di siriani sono fuori dal loro Paese e altrettanti sono nella condizione di sfollati interni.

Tra i sopravvissuti di quel movimento c’è chi ha smesso di credere nell’efficacia della lotta non violenta e ha deciso di unirsi ai combattenti, cercando vendetta o, più umanamente, giustizia. Qualcun altro ha smesso di sognare, o forse non lo ha mai fatto veramente e aspetta “all’ombra del dittatore”, come scriveva Ashti Marben raccontando l’Iraq di Saddam Hussein.

Tra i siriani, infatti, c’è anche chi nel 2011 chiedeva la fine del regime e oggi espone pubblicamente foto che osannano l’immortale Bashar al Assad, il leader che ha visto la fine di alcuni dittatori arabi e l’alternanza di capi di Stato e di governo in molti Paesi del mondo, stando sempre lì, seduto comodamente sulla poltrona che è stata di suo padre, in quel palazzo che da mezzo secolo è nelle mani della sua famiglia.
Meglio salire sul carro dei vincitori, come fanno, tra l’altro, non pochi leader politici  internazionali che, calpestando il significato stesso di democrazia e diritti umani, parlano di “legittimo presidente siriano”.

Non è un bel messaggio quello che viene dalla Siria. La risposta a un popolo che chiede libertà non può essere il suo sterminio. In questi anni i siriani hanno conosciuto l’orrore del terrorismo di Stato e del terrorismo internazionale di matrice estremista, l’assedio, la fame, la violenza, la prigionia, la mortificazione. Da popolo che accoglieva, sono diventati un popolo in fuga, da popolo emblema della tolleranza e dell’amore per la cultura, a popolo con un’intera generazione a rischio analfabetismo.

Oggi le piazze di molte città siriane sono deserte,  ovunque ci sono distese di macerie e dai cieli continuano a piovere bombe. La Siria non è più dei siriani,  ma è diventata uno scacchiere su cui le grandi potenze del mondo stanno giocando un’importante partita per gli equilibri geopolitici.

La narrazione del "minore dei mali", Assad o il terrorismo, calpesta la volontà e l’identità stessa di un popolo mite e tollerante, che sarebbe perfettamente in grado di autogovernarsi e a cui oggi non resta che scrivere la sua memoria.

Le vittime del regime di Assad

Una memoria che ha il volto e il nome di tanti giovani uccisi o arrestati  per le loro idee. Come Razan Zaitouneh, avvocatessa impegnata nella difesa dei diritti umani, co-fondatrice del Violation Documentation Center (VDC), arrestata con altri attivisti a dicembre 2013 da milizie estremiste. 

Come Ghiath Matar, ribattezzato "il piccolo Gandhi,"  attivista per i diritti umani e membro del movimento non violento di Daraya, che offriva fiori e bottiglie di acqua ai soldati del regime pronti a sparare sulla folla. Sequestrato, torturato e ucciso dalle forze di sicurezza a settembre del 2011, Ghiath è stato strappato all’amore dei suoi cari a solo venticinque anni. In queste ore è giunta la drammatica notizia che anche suo fratello, Hamza Matar, arrestato dal regime nel 2012, è stato ucciso sotto tortura in carcere. Questa non è una tragedia che colpisce solo i siriani, ma è una sconfitta per chiunque nel mondo creda nella sacralità della vita e nei diritti umani.

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