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Esteri

Siria, Sarmada, le bombe sulle tendopoli dei dimenticati

Ho parlato con alcuni abitanti del campo di rifugiati nella provincia di Idlib, bombardato giovedì 5 maggio dall'aviazione di Assad. Il loro racconto

"Il campo colpito è confinante col nostro. Abbiamo sentito gli aerei sorvolare a lungo la zona chiedendoci se e dove avrebbero sganciato gli ordigni. Nel raggio di alcuni chilometri non si trova nemmeno una casa, né postazioni militari; qui ci sono solo tendopoli e speravamo che non ci colpissero. Invece abbiamo sentito il rumore dell’esplosione e un odore terrificante. Siamo corsi a prestare soccorso e abbiamo trovato l’inferno. C’erano corpi smembrati dappertutto e tende arse dal fuoco”.

Sono le prime parole che Abu Mohamed, un anziano che abita in una delle tendopoli nella periferia di Sarmada, in provincia di Idlib, mi dice via Skype. Ha la voce rotta dall’emozione e ripete “killon abrià, sono tutte vittime innocenti”.

Le tendopoli
Abu Mohamed l’ho conosciuto nel 2013 quando ho realizzato il mio primo reportage dalla Siria ferita dalla guerra.  
Siamo rimasti in contatto durante tutti questi anni e mi ha sempre aggiornato sulla vita disumana nelle tendopoli in territorio siriano. In quei luoghi ho conosciuto tante donne, le ho intervistate e una di loro mi ha ospitato per due notti nella sua “casa”, un telone di plastica bianca con all’interno tre brandine e tante coperte.

Non volevo limitarmi a realizzare foto e interviste per raccontare la vita nei campi che accolgono gli sfollati, ma provare sulla mia pelle l’esperienza di vivere lì, seppur per pochi giorni.

Le tendopoli sorgono in mezzo ai campi di ulivo, sulla nuda terra della Siria che ha una particolare colorazione rossastra, dove non ci sono infrastrutture, dove riescono ad arrivare solo poche organizzazioni umanitarie e il tempo sembra non passare mai.  

Sono ormai migliaia i civili siriani che ci vivono da più di cinque anni e sembra che il mondo si sia dimenticato di loro. A volte li chiamano profughi, ma in realtà non lo sono, perché si tratta di siriani in territorio siriano, di civili, in prevalenza bambini e donne, che non sono riusciti a varcare i confini nazionali.

Senza diritti e tutele
Per questo non hanno i diritti e le tutele che vengono garantite ai connazionali che, invece, sono fuggiti nei Paesi limitrofi. Oltre la metà degli abitanti di questi campi sono bambini, molti dei quali orfani.

Alcuni di loro non ricordano neppure cosa voglia dire avere una casa, altri, una casa, non l’hanno mai avuta, perché sono nati all’addiaccio, durante gli anni del genocidio. Ricordo la piccola Samira che mi ha chiesto di fotografare il suo fratellino nato con una grave disabilità e che più di ogni altro aveva bisogno di cure e di un tetto sopra la testa.

Le donne del campo
Abu Mohamed mi passa Em Sami, una delle donne del campo. La sua è una storia che non potrei mai dimenticare. Abitava a Idlib città quando, un pomeriggio del 2012, una bomba gettata da un aereo del regime ha ucciso i suoi tre figli che giocavano nel cortile di casa.

All’epoca era incinta e quando l’ho conosciuta il suo quarto, ma ormai unico bambino, lo stringeva tra le braccia. Mi ha raccontato che tra le braccia ha stretto anche i resti dei suoi figli…

Oggi parla come un fiume in piena, mi dice che conosce alcune delle vittime e dei feriti e mi chiede che cosa stiamo facendo noi siriani all’estero e cosa fanno gli altri Paesi arabi e la comunità internazionale. Sono in imbarazzo nel risponderle.

Sarmada nel 2013 era ancora una zona relativamente tranquilla. Ricordo che fuori dalle prime tendopoli costruite in zone ostili e lontane dal centro abitato, la vita si svolgeva regolarmente. Funzionavano tutti i servizi primari e il commercio era attivo. Solo alcune scuole erano state occupate dagli sfollati, suscitando l’ira degli amministratori e della popolazione locale. Non c’era stata molta solidarietà tra la gente.

Poi la situazione è precipitata e anche Sarmada è diventata oggetto dei bombardamenti governativi e ha cominciato a piangere i suoi morti. La città ha conosciuto anche la barbarie dell’Isis e le incursioni degli aerei russi.

È lecito bombardare i campi degli sfollati?
“Chiedo a chi guarda la Siria da lontano se è lecito bombardare i campi degli sfollati”, mi dice Em Sami angosciata. “Adesso dove dovremmo andare noi per sentirci al sicuro, perché qui abbiamo paura. Se hanno bombardato oggi, lo faranno ancora. Mi chiedo dove sia la coscienza di chi ancora sostiene Al Assad. Quanti innocenti dovranno morire ammazzati prima che i grandi del mondo decidano di fargli fare la fine degli altri dittatori”.

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