Siria: perché Putin ha deciso il ritiro programmato

La Russia mira a costringere Riad e Washington a seguire la propria road map. Ma il Paese resta spaccato

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Il Presidente russo Vladimir Putin – Credits: SERGEI KARPUKHIN/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Credo che la nostra missione in Siria sia terminata. Ho ordinato di iniziare il ritiro di gran parte dei nostri militari”. L’annuncio, apparentemente sorprendente, arriva direttamente dal presidente russo, Vladimir Putin, che ha dato mandato al ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, di iniziare le operazioni di ritiro.

 Il numero uno del Cremlino, dunque, come ogni buon giocatore di scacchi, ha giocato d’anticipo rispetto agli avversari e ha fatto la propria mossa, sottolineando ancora una volta come la Russia giochi in Siria il ruolo di superpotenza, in grado di fare e disfare i piani dei suoi antagonisti.

 Non solo: con il ritiro annunciato in grande stile, Mosca dimostra al mondo di non voler essere una forza di occupazione, allontanando le accuse in tal senso. Al tempo stesso, si qualifica come ago della bilancia imprescindibile per garantire un futuro alla Siria, imponendo le proprie condizioni per i negoziati di pace e dettando a tutti gli altri la road map da seguire, proprio come un vero dominus regionale.

 Anche la data scelta dal Cremlino per il ritiro (15 marzo 2016) sarebbe altamente simbolica, in quanto si fa risalire proprio al 15 marzo di cinque anni prima l’inizio delle ostilità in Siria, quando le manifestazioni di piazza nelle città Daraa, Homs, Hama sull’onda delle Primavere Arabe, sfociarono in una insurrezione contro il regime di Bashar Al Assad, per poi trasformarsi in quella guerra civile che tutti abbiamo ormai sotto gli occhi. Ma questo, tutto sommato, non è che un dettaglio.


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Cosa resta in mano ai russi
Certo, le conquiste dei russi in Siria, ovvero le postazioni strategiche lungo la costa siriana, nella provincia di Latakia, restano come monito per il mondo intero e sia la base aerea di Hemeimim sia quella navale di Tartus - ormai “proprietà” di Mosca - continuano a operare normalmente. Di certo, il Cremlino non rinuncerà al primo vero avamposto militare che dà a Mosca per la prima volta nella storia un affaccio sul Mediterraneo e la possibilità concreta di controllare nuove rotte marittime.

 Il governo siriano, che certamente era a conoscenza delle manovre russe, ha dichiarato che l’operazione di ritiro è stata “accuratamente concordata tra Damasco e Mosca”.

 Ciò nonostante, con il disimpegno russo, Assad perde una stampella importante sul fronte di guerra, a cominciare dal ruolo centrale dell’aviazione russa che, in campo dall’ottobre del 2015, ha permesso ai governativi di arginare le conquiste militari delle forze ribelli e di mantenere il controllo di Damasco.

Il ruolo di Mosca in Siria
La tempistica scelta da Mosca è coerente con i piani decisi dal Cremlino, che prima ha voluto creare un solido argine alle forze sunnite di opposizione che tentavano di rovesciare il governo siriano (e che probabilmente vi sarebbero riuscite) grazie a un’inusitata potenza di fuoco rovesciata sui ribelli. Quindi, ha imposto un cessate il fuoco universale, costringendo le altre potenze regionali (oltre agli Stati Uniti) a avviare contromosse che non hanno sortito grandi effetti.

 Mosca ha iniziato raid aerei a fianco del governo siriano, il 30 settembre scorso. Secondo le stime più attendibili, la Russia ha dispiegato in Siria qualcosa come 5.000 uomini, oltre 100 cacciabombardieri, decine di elicotteri e l’intera flotta del Mediterraneo. 

 Secondo le fonti ufficiali russe, gli aerei russi hanno effettuato oltre 9.000 sortite, distrutto 209 siti petroliferi, e aiutato così le truppe di Assad a riprendere circa 400 tra villaggi e avamposti e a riprendere circa 10mila chilometri quadrati di territorio siriano

 

E ora che succede?
Adesso, verificato che la tregua militare regge, con il ritiro programmato delle truppe Vladimir Putin invita contemporaneamente Assad ad addivenire a più miti consigli, dopo che lo stesso aveva dichiarato di voler “riconquistare l’intero paese” e di voler indire elezioni per il prossimo aprile, e le altre potenze a sedersi al tavolo della pace per definire concretamente una soluzione per la Siria.

 Soluzione che lo stesso Putin avrebbe già delineato e che è stata sibilata nei corridoi di Ginevra, dove da tempo la diplomazia internazionale lavora per ottenere una pace durevole: “Se l’idea di una repubblica federale soddisfa i partecipanti ai negoziati e garantisce di mantenere una Siria unita, indipendente e sovrana, allora chi potrebbe fare obiezioni?” sono state la parole pronunciate pochi giorni fa dal viceministro degli Esteri russo, Sergei Riabkov.

 Già, chi? Questo è il punto dolente. Le altre forze in campo - Turchia, Arabia Saudita e forze ribelli da una parte, Iran, Hezbollah e governo siriano dall’altra – non hanno avuto la forza di schiacciare l’avversario e oggi non sono più in grado di imporsi determinando un risultato tangibile sul campo. Ma ciò non significa che accetteranno una pace imposta dall’alto.

 Nonostante la mossa di Mosca, insomma, il nodo del futuro di un paese fallito resta: una divisione su base settaria - con i curdi nella striscia nord del paese, gli alawiti sulla costa occidentale e i sunniti a est - potrebbe essere una buona soluzione ma anche il preludio a futuri scontri etnici. Senza contare che un ruolo preminente in questa guerra lo giocano anche le milizie curde e che lo Stato Islamico è vivo e vegeto (e certo non può lamentarsi della decisione presa dai russi). A meno che nel patto segreto stretto tra Putin e Obama a Ginevra, non vi sia anche la promessa di spazzare via i jihadisti da Raqqa nel futuro prossimo.

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