Siria: lo Stato islamico perde ancora terreno

Dopo Palmira l'Isis è costretto al ritiro anche da Al Qaryatain, mentre avanzano durante la tregua le truppe di Assad

Palmira liberata dall'ISIS

29 marzo 2016. Un soldato siriano all'interno della città storica di Palmira, nella provincia di Homs, in Siria, dopo che l'esercito siriano ne ha ripreso il controllo, sottraendola ai miliziani dell'ISIS. Dopo essere caduta nelle cui mani il 20 maggio 2015, gli islamisti hanno distrutto almeno il 20% del sito archeologico, Patrimonio dell'Umanità Unesco. – Credits: EPA/STR

Alfredo Mantici

-

Per Lookout news

La tregua in Siria siglata il 27 febbraio scorso tra i lealisti del regime di Bashar Al Assad, i russi e circa trenta gruppi di opposizione al governo, non solo sembra reggere sul terreno ma sta consentendo alle truppe del governo di Damasco di avanzare in territori che da oltre un anno erano sotto il controllo dell’ISIS o delle milizie jihadiste di Jabhat Al Nusra affiliate ad Al Qaeda. Questi gruppi sono stati esplicitamente esclusi dalla tregua definita con la supervisione dell’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura.

 

Lo Stato Islamico perde posizioni
Dopo la riconquista, il 27 marzo, della città e dell’importante sito archeologico di Palmira, la “Sposa del Deserto”, un patrimonio dell’umanità vandalizzato dai miliziani del Califfato, le truppe governative hanno strappato all’ISIS anche il nodo strategico di Al Qaryatain, conquistato dal Califfato nell’agosto del 2015 dove i jihadisti hanno condotto una spietata pulizia etnica degli abitanti cristiani.

 Leggi anche: Palmira, prima e dopo

Secondo gli osservatori militari la riconquista di Al Qaryatain, ottenuta dai militari di Assad grazie alla costante copertura aerea offerta dall’aviazione russa, consentirà alle truppe governative di attaccare le basi dei jihadisti situate al confine con l’Iraq e di tagliare le loro linee di rifornimento tra l’est della Siria e la regione montagnosa di Qalamoun, nell’ovest del Paese ancora sotto il controllo delle milizie del Califfo Al Baghdadi. Queste, messe sotto costante pressione dall’esercito di Assad e dai jet russi, hanno tentato di reagire attaccando senza successo, domenica 3 aprile, la base aerea di Deir Al Zour, usando armi chimiche, missili dotati di testate contenenti “gas mostarda”. La città di Deir al Zour, di circa 200.000 abitanti, è tenuta sotto assedio dall’ISIS da mesi. L’uso del “gas mostarda” da parte dei jihadisti non è una novità.

 

Anche i Peshmerga curdi, che combattono contro il Califfato ai confini tra Iraq e Siria, hanno subito attacchi chimici negli scorsi mesi, nella totale indifferenza delle autorità americane che fin dall’inizio della guerra civile si erano preoccupate dell’uso degli aggressivi chimici da parte delle truppe governative. Il governo di Assad ha posto sotto il controllo dell’ONU tutto il suo arsenale chimico fin dall’agosto del 2014.

 

Il momento di Al Nusra e dei ribelli siriani
Al Nusra ha reagito con violenza alle ultime offensive lealiste riuscendo ad abbattere, nella provincia di Aleppo tuttora sotto il controllo del Califfato, un jet militare siriano colpito con un missile terra-aria il 5 aprile. Il pilota è stato catturato dai miliziani.

 Nel nord-ovest del Paese, invece, l’offensiva contro le milizie di Al Nusra prosegue con costanti progressi da parte dei governativi che il 3 aprile hanno messo a segno un successo importante sul piano militare e propagandistico, uccidendo con un raid aereo uno dei capi di Al Nusra, Abu Firas, colpito insieme al figlio e a una ventina di foreign fighters provenienti dall’Uzbekistan. Abu Firas era un personaggio di primo piano nella galassia jihadista siriana. Già combattente in Afghanistan negli anni Ottanta, aveva collaborato con Osama Bin Laden e con Al Qaeda prima di diventare uno dei capi della rivolta anti-Assad ed era ritenuto il massimo artefice della politica spietata di imposizione della Sharia (la legge islamica) in tutte le aree della Siria controllate dagli islamisti.

 

La tregua del 27 febbraio ha provocato forti tensioni nelle aree della Siria controllate dai ribelli, tra gruppi di combattenti “per la democrazia” che hanno aderito al cessate il fuoco e milizie islamiste escluse dall’accordo. Nella provincia di Idlib il cessate il fuoco ha favorito la ripresa del dibattito politico pubblico sul futuro del Paese e messo in drammatica evidenza la differenza di posizioni tra chi vuole combattere per una Siria democratica e chi vuole imporre un regime rigidamente islamico. Il dibattito è presto sfociato in scontri armati tra miliziani di Al Nusra e formazioni del Free Syrian Army. Nei giorni scorsi combattimenti sono esplosi nella città di Ma’arat Al Nu’man tra miliziani “democratici” della 13 Divisione ribelle e miliziani di Al Nusra appoggiati da ultra estremisti islamici della brigata Jund Al Aqsa. Questi ultimi hanno avuto la peggio e ora nella regione è tornata una calma apparente. Un abitante della città, sotto garanzia dell’anonimato, ha dichiarato: “abbiamo abbattuto il ‘muro della paura’ innalzato da Al Nusra”.

 

Il ruolo dell’Iran
A rendere più precario il futuro dei ribelli jihadisti siriani è stato il 4 aprile l’annuncio della decisione da parte del ministero della Difesa di Teheran di inviare in Siria, a supporto delle truppe di Assad, un contingente dell’esercito regolare iraniano, la 65 Brigata Nohed. Finora l’Iran aveva inviato in Siria solo milizie dei Pasdaran, non inquadrate nelle Forze Armate regolari. È la prima volta, dalla guerra tra Iran e Iraq del 1980, che un contingente dell’esercito iraniano varca i confini del Paese. Un atto di forte valore simbolico oltre che militare, che contribuisce a confermare che le chiavi per risolvere il garbuglio siriano stanno passando dalle mani dell’Occidente a quelle di Russia e Iran.

© Riproduzione Riservata

Commenti