“Senza riforme veloci e importanti saremo tutti trascinati verso la spartizione del Paese, che Allah non voglia” ha sentenziato per la prima volta in pubblico la guida sciita dell’Iraq, il Grande Ayatollah Ali Sistani, rivelando quali sono le reali paure del suo popolo e confessando quali potrebbero essere le probabili conseguenze di questa guerra, senza più infingimenti o capriole politiche. Segno che qualcosa si sta davvero muovendo ai più alti livelli politico-diplomatici.

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Da qualche giorno, infatti, in particolare dopo il round dei colloqui viennesi e del G20 in Turchia, filtra l’ipotesi che spesso abbiamo analizzato in passato e che appare ormai come una soluzione quasi inevitabile anche agli occhi dei diretti interessati, che da oltre quattro anni vivono le contraddizioni di una guerra confessionale esplosa entro confini trasversali e atipici rispetto alle popolazioni che li abitano. Una nuova fase storica in cui si cerca una soluzione condivisa, per impedire l’implosione definitiva del Medio Oriente e fermare una guerra sempre più violenta e contagiosa.

James Dobbins, già ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea e uomo di Obama in Afghanistan e Pakistan fino allo scorso anno, è ancora più esplicito e lo dice senza mezze misure: “puntare al cessate il fuoco in tempi stretti per dare modo alla diplomazia di lavorare su una soluzione per la Siria sul modello della Germania 1945”.

 

Il modello di divisione tedesco

Quello di Dobbins è un pensiero che circola da tempo a Washington: riprodurre in Medio Oriente il modello tedesco del secondo dopoguerra, che divise la Germania in Est e Ovest per oltre quarant’anni e garantì stabilità politica all’Europa. In questo caso, lo schema prevedrebbe una spartizione esclusivamente su base etnica tanto della Siria, dove i combattimenti hanno implicitamente già delineato i nuovi possibili confini, quanto dell’Iraq, dove però sarà molto più difficile far digerire uno smembramento al governo sciita di Al Abadi, il premier che s’illude ancora di poter schiacciare lo Stato Islamico con le sue sole forze.

Eliminare l’ISIS è l’imprescindibile passo numero uno per poter poi sancire la fine delle ostilità e procedere con calma e raziocinio a una negoziazione che porti a una ridistribuzione equa dei territori, permettendo alle popolazioni fuggite dalla guerra di fare ritorno a casa. Su questo terreno, almeno, tutti sembrano lentamente convergere.

E il fatto che la comunità internazionale ne inizi a parlare apertamente, non solo rompe un tabù ma dimostra che quella che adesso viene solo prudentemente sussurrata non è già più un’ipotesi di scuola, ma un fattore chiave per la soluzione politica della guerra, destinato a diventare l’argomento principe dei prossimi incontri al vertice. Soprattutto, un’ipotesi che si è inverata da quando Mosca ha stabilito manu militari il primo di questi nuovi confini, con la sua massiccia e duratura presenza lungo la costa siriana.

La corsa per “arrivare primi a Berlino”, insomma, l’hanno vinta ancora una volta gli ex sovietici, che hanno già piantato una prima bandiera a Latakia e Tartous per difendere i territori alawiti della costa, di cui Assad è rappresentante e difensore, e hanno imposto una nuova agenda per il futuro del Medio Oriente. Agenda a cui gli Stati Uniti si dovranno per forza accodare, per evitare di restare fuori dalle nuove sfere d’influenza delle grandi potenze sulla regione.

 

Gli studi sui nuovi stati

Oltre allo stato alawita, almeno altre tre bandiere dovranno essere piantate e potrebbero sventolare più avanti in quest’area: uno Stato curdo nel Nord della Siria che da Kobane si congiunga con Kirkuk in Iraq; uno stato sciita nell’Iraq meridionale, con capitale Baghdad ma senza la provincia di Anbar, che corrisponde all’area oggi sotto il controllo del governo; infine, uno stato sunnita nell’area corrispondente ai territori occupati dallo Stato Islamico, che sarebbero inizialmente gestiti dalla comunità internazionale, ipoteticamente sotto la tutela delle Nazioni Unite.

Come riporta oggi il quotidiano La Stampa, lo “schema tedesco” suggerito coincide con gli scritti di Eric Kaufmann, docente di nazionalismo al Birkbeck College di Londra, che ha teorizzato un’unione politica di “cantoni in Iraq e Siria all’interno di federazioni” cui concedere autonomia o indipendenza. Ma tornano alla mente anche gli accordi di Dayton che negli anni Novanta segnarono la fine della guerra su base etnica in Bosnia e ridefinirono parte dei confini dell’ex Jugoslavia.

 E non si può non citare il lungimirante, anche se ardito articolo di Robin Wright comparso sul New York Times nel settembre del 2013, dove l’analista americana autrice del libro Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World, preannunciava la disgregazione del Medio Oriente ipotizzando la suddivisione di Siria, Iraq, e includeva anche Yemen, Arabia Saudita e Libia in nuovi micro-stati, ripartiti proprio a seconda delle proprie etnie e confessioni.

La fine di Sykes-Picot

Insomma, la spartizione territoriale su base etnica come soluzione è la nuova parola d’ordine a filtrare nella comunità diplomatica internazionale, sempre più sconvolta e preoccupata dalla recente ondata di attentati terroristici cui non si è riusciti a dare ancora risposte adeguate.

Tutto ciò certifica, a cento anni di distanza, la fine imminente degli accordi segreti di Sykes-Picot siglati nel 1916 dalle potenze europee, che stabilirono le future zone d’influenza e il rispettivo controllo di Impero britannico e Francia sul Medio Oriente, con l’assenso della Russia zarista, poco prima del crollo definitivo dell’Impero Ottomano (1923).

Dopo un secolo, insomma, quella cartina geografica è obsoleta e da aggiornare. Non sarà facile. Si dovrà vincere la guerra, intanto. Servirà poi una lunga trattativa e l’inclusione di numerosi protagonisti locali, dalla Turchia a Israele, dall’Arabia Saudita all’Iran, dall’Egitto al Libano. Ma il dossier è già pronto e vale la pena studiarlo a fondo, se non vogliamo che il terrorismo e la guerra restino l’unica moneta di scambio per popoli che hanno in comune soprattutto la fede ma che si considerano tra loro diversi e incompatibili, imprigionati in confini che non hanno mai davvero riconosciuto.

 

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