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Esteri

Siria: "Così ho vissuto per trent’anni in una prigione del regime di Assad"

In esclusiva la testimonianza di un sopravvissuto alle carceri della tortura

L’appello lanciato nei giorni scorsi dai detenuti del carcere centrale di Hama ha riacceso i fari sulle drammatiche condizioni in cui vivono da anni migliaia di prigionieri politici chiusi nelle carceri del regime di Al Assad.
Al confine turco-siriano abbiamo raccolto la testimonianza di Abu Marwan, arrestato quando era solo un adolescente. Oggi lavora con una Ong che si occupa di diritti umani e che aiuta i civili siriani in fuga dal conflitto.

Qual è il motivo ufficiale della sua detenzione?
“Sono stato portato in carcere nel 1980, quando avevo solo quattordici anni e pensavo che sarei finito come alcuni dei miei compagni di cella, gettato in una fossa comune. Alla mia famiglia hanno detto che avevano prove del fatto che io stessi attendando alla sicurezza del Paese e che quindi avrebbero applicato contro di me la legge sul terrorismo. Non avevo nessun legame con associazioni, né movimenti politici. In Siria all’epoca c’erano disordini tra le forze del regime e alcuni giovani oppositori, ma io non ero in alcun modo coinvolto”.

Parla della Fratellanza musulmana?
“Sì. Molti giovani che conoscevo, tra cui i miei fratelli maggiori, discutevano dell’oppressione del regime e della necessità di dover organizzare un movimento di protesta. So che diversi sono stati uccisi e alcuni arrestati per questa loro attività. Mi ricordo che i miei fratelli parlavano di una divisione all’interno del gruppo, perché alcuni richiamavano all’uso delle armi, altri volevano una protesta di tipo culturale”.

Come è avvenuto il suo arresto?
“Un giorno, dopo la scuola mi sono fermato in moschea per fare la preghiera e mangiare con l’imam, mio zio. Mentre eravamo lì l’esercito ha fatto irruzione, ci ha malmenati e poi ha caricato alcuni di noi su una camionetta, dicendo che eravamo tutti nemici della Siria e terroristi. Dalla paura ricordo di aver perso il controllo ed essere svenuto. Quando mi sono risvegliato ero in una cella buia, maleodorante, con altri quaranta, forse cinquanta uomini”.

Cosa le è successo poi?
“L’indomani mi hanno portato in una stanza, mi hanno legato a una sedia e hanno iniziato a interrogarmi. Non sapevo rispondere a nessuna delle loro domande e quindi hanno iniziato a picchiarmi. Sono stato in quella cella per diversi giorni, senza mangiare, con un aguzzino che mi frustava dicendo che così mi avrebbe aiutato a recuperare la memoria. Non so quanti giorni siano passati, ma una mattina mi hanno portato un foglio dicendomi che se volevo tornare dai miei amici di cella avrei dovuto firmare. Avevo gli occhi gonfi dalle botte e non so cosa ci fosse scritto, ma pur di uscire da quel buco, avrei fatto di tutto. Non sono mai stato assistito da un legale”.

Hai mai scoperto cosa fosse scritto su quel foglio?
“In uno dei pochi colloqui che mi sono stati concessi con la famiglia, mio padre mi ha detto che avevo firmato una dichiarazione in cui ammettevo di far parte di una brigata che lavorava contro la sicurezza della Siria. Quando sono uscito, nel 2011, mio padre era morto già da undici anni e ho scoperto che i miei fratelli erano stati uccisi poco dopo il mio arresto. Mia madre credeva che fossi morto anch’io e quando mi ha rivisto si è sentita male”.

Dopo quel primo periodo, ha subito altre torture?
“ La vita lì dentro era una tortura quotidiana. Vivevamo come galline in un pollaio, senza letti, né sedie, praticamente appiccicati l’uno all’altro. Ci potevamo lavare solo una volta a settimana. Razionalizzavano anche il cibo e il sapone. Quando ci permettevano di andare nel cortile dovevamo stare in ginocchio e baciare la foto di Al Assad, ripetendo che era il nostro unico dio. Periodicamente, chiamavano qualcuno di noi per “la festa”, una giornata intensa di torture. Alcuni non sono mai tornati”.

Che tipo di torture ha subito?
“La goccia d’acqua sul cranio, la ruota, l’estrazione delle unghie e dei denti, calci, pugni, anche sulle parti basse, frustate, il sale sulle ferite, la crocifissione, le scosse elettriche e l'essere appeso dalle gambe o dalle braccia per giorni”.

In cosa consiste la ruota?
“I miei carcerieri hanno cercato di inserirmi nel copertone della ruota di un camion, picchiandomi e rompendomi gli arti finché non ci sono entrato”.

Qual è stata la prima sensazione che ha provato quando è uscito?
“Lo stupore nel sentire per la prima volta la mia voce. Dentro il carcere non potevamo parlare, altrimenti venivamo puniti. Poi ho riscoperto che esisteva il cielo…”.

Come è stato riprendere la sua vita in mano?
“Alla prima visita di controllo pesavo quarantotto chili. Avevo il corpo coperto di piaghe e non riuscivo a camminare. Mi vergognavo a farmi vedere dai familiari e per molto tempo ho passato lunghe ore in camera da solo. Adesso dedico la mia vita alla lotta per i diritti umani. È doloroso raccontare la mia esperienza, ma spero che possa aiutare a incriminare i miei aguzzini e tutto il regime di Bashar Al Assad”.

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