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Russiagate-Trump: ma è tutto finito?

All'indomani della conclusione dell'inchiesta di Mueller che salva Trump, il caso si smonta. Ma non del tutto.

Donald Trump

Redazione Panorama

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Più lontano dall'impeachment e più vicino alla rielezione nel 2020. All'indomani della “assoluzione", seppure non piena, dalle accuse di presunte collusioni con la Russia in occasione delle presidenziali del 2016, Donald Trump si gode la sua rivincita.

Ma se il presidente degli Stati Uniti appare sempre più il vero vincitore di questa partita, la conclusione dell'inchiesta sull'ormai famigerato «Russiagate» condotta dal procuratore speciale Robert Mueller, è probabilmente destinata a restare ancora al centro del dibattito politico americano per molto tempo. Vediamo perché.

1) Trump assolto, ma non del tutto

    L'indagine, avviata all'indomani delle rivelazioni della stampa americana su un presunto complotto fra russi e Trump al fine di condizionare l'esito del voto, è durata ben 22 mesi, coinvolgendo uno staff di 19 avvocati, 40 agenti dell’Fbi e diversi specialisti. Due i filoni: uno sulla campagna di propaganda via social network attuata dalla Internet Research Agency, l'agenzia russa che avrebbe seminato «fake news» e divisioni fra gli elettori. L'altro direttamente sul governo russo: secondo le ipotesi, il Cremlino avrebbe sostenuto l'azione di hacker per diffondere informazioni, soprattutto ai danni del candidato rivale in corsa per la Casa Bianca, ovvero la democratica Hillary Clinton.

    Ebbene, dopo 2.800 mandati di comparizione e 500 perquisizioni (oltre a una spesa di 45 milioni di dollari per i contribuenti americani), questa accusa non ha trovato alcun fondamento: non è stata provata alcuna forma di cospirazione fra esponenti del team elettorale del candidato repubblicano e la Russia. Il presidente americano, insomma, è assolto per il principale capo di imputazione in entrambi i filoni d'inchiesta.

    Lo stesso non può dirsi per il tentativo di ostruzione della giustizia: l'insufficienza di prove, su questo punto, non porta una condanna ma neppure esclude che Trump abbia tentato di insabbiare la faccenda in seguito alla fuoriuscita delle indiscrezioni sui media, innanzitutto licenziando l'allora direttore dell'Fbi, James Comey.

    2) Il contenuto del rapporto di Bob Mueller è ancora «confidential»

    Bob Mueller ha consegnato il suo rapporto nelle mani del segretario alla Giustizia William Barr. Stando alla sintesi di quattro pagine che Barr ne ha fatto, Trump non è esonerato dal crimine di tentata ostruzione della giustizia (un reato, comunque, gravissimo che può portare alla richiesta di impeachment del presidente). Per questo, il testo del rapporto è ancora secretato. Barr, insomma, può avere una sorta di proroga per riesaminare le carte. Ma i democratici hanno già chiesto di avere il contenuto integrale per andare a fondo nel rapporto e fare le valutazioni del caso. E, ovviamente, faranno di tutto per tenerlo aperto, anche in vista delle elezioni presidenziali a novembre dell'anno prossimo. Il risultato ambiguo, infatti, non ha mancato di sollevare qualche polemica anche in merito all'imparzialità dell'estensore (uomo stimato ma pur sempre repubblicano come Trump). 

    3) La «gola profonda» di Cambridge Analytica rilancia

    Ieri, su Twitter, Christopher Wylie, il ventottenne canadese che per primo ha rivelato al quotidiano inglese The Guardian come la società britannica Cambridge Analytica avesse raccolto i dati personali di più di 50 milioni di utenti Facebook americani per utilizzarli a fini di propaganda, ha detto la sua sulle conclusioni dell'inchiesta di Mueller ricordando che quando lavorava come capo-ricercatore di Cambridge Analytica, la compagnia inglese (poi fallita) assumeva noti agenti russi, hacker russi e ricercatori di dati a san Pietroburgo.

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    Una dichiarazione che riaccende i sospetti. Del resto, fra imputati e già condannati, finora il Russiagate ha coinvolto più di trenta persone: almeno sette sul fronte americano (a partire dall'ex capo della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, che sconterà quasi quattro anni di prigione per frode fiscale) e altre 27 dalla parte dei russi. E, per diversi di loro, il processo è ancora in corso: Roger Stone, collaboratore di vecchia data di Trump; Rick Gates, socio di Paul Manafort, accusato di riciclaggio; Michael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale di Trump, arrestato per aver mentito.

    4. Le altre inchieste che pendono su Trump

    È, forse, la mina peggiore per Trump sul cammino alla rielezione. Contro il presidente ci sono una serie di indagini: i procuratori federali del Souther District di Manhattan stanno esaminando i finanziamenti legati alla sua campagna elettorale. Le Commissioni della Camera, invece, stanno passando al setaccio gli affari personali del miliardario, puntando dritto alla “Trump Organization” e alla rete di interessi precedente la sua discesa in campo. Una prospettiva che preoccupa molto il presidente perché intreccia politica e affari.

    Insomma, di sicuro, il caso si è sgonfiato. Donald Trump, il figlio Donald Jr e il genero Jared Kushner (presenti nel famoso incontro di giugno 2016 alla Trump Tower con i russi che avrebbero proposto materiale compromettente contro Hillary Clinton) possono tirare un respiro di sollievo. Ma la battaglia giudiziaria (e politica) non è conclusa. E, sul Russiagate, le luci si abbassano ma non si spengono del tutto.

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