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Secondo l’Eliseo, la situazione che si è ingenerata in Francia a seguito degli attentati del 13 novembre esige che si potenzi lo stato di emergenza già in vigore in tutto il Paese, integrandolo nella costituzione e modificando in senso autoritario i poteri del presidente e le regole circa lo stato d’assedio. Misure estreme che prevedono anche il trasferimento dei poteri alle forze armate.

 “In Francia abbiamo bisogno di un regime costituzionale in grado di gestire la lotta a questo nemicoRitengo, in coscienza, che dobbiamo far evolvere la nostra Costituzione per agire contro il terrorismo di guerra” ha spiegato Francois Hollande a Versailles, di fronte alle camere riunite in seduta comune, evocando possibili riforme dell’articolo 16 della Carta sui poteri straordinari del presidente in caso di minaccia allo Stato e dell’articolo 36 su stato di guerra e interventi armati all’estero.

 Non c’è niente di peggio per le leggi di uno Stato che, in tempi di grande incertezza e di solidarietà emotiva, ondate di sentimenti travolgano la ragione e si trasformino in procedure eccezionali e d’urgenza, che finiscono poi per prevalere sul diritto comune. Noi italiani conosciamo bene questo meccanismo e di leggi, o meglio di decreti legge, ne abusiamo da tempo proprio in ragione delle “condizioni di eccezionalità” cui la mala politica e la crisi economica ci hanno costretto e abituato. Ma questa volta è la Francia, culla tanto del diritto moderno quanto dell’illuminismo, a rilanciare il dibattito. Un paese ferito e arrabbiato che non riesce a uscire dal fallimento delle politiche d’integrazione sociale e del multiculturalismo.

 

Il dibattito sul Patriot Act
Dopo gli attentati di Charlie Hebdo e del negozio kosher, nulla è stato più lo stesso. Già dieci mesi fa, dai megafoni autorevoli della Francia intellettuale che vanno da Le Monde a Le Figaro, si poneva al centro del dibattito nazionale la questione di nuove leggi antiterrorismo.

 L’assemblea nazionale francese ha approvato la controversa legge sull’intelligence lo scorso maggio, e ha ottenuto in luglio il parere positivo della corte costituzionale. Il controllo sull’operato dei servizi di intelligence è stato così affidato a una commissione nazionale formata da giudici del consiglio di stato e della cassazione. Tuttavia, ed è qui il nodo centrale, in caso di una non bene precisata “urgenza assoluta” - gli attentati del 13 novembre rientrano certo in questa categoria - agli uomini dell’intelligence basta il via libera del primo ministro. La riforma ha puntato però troppo sulla sorveglianza elettronica e poco invece sul potenziamento delle risorse umane e delle regole d’ingaggio. Motivo per cui oggi il presidente parla di nuove misure necessarie.

 Sui principali media francesi impazzava da tempo un dibattito feroce circa l’adozione o meno di una sorta di “Patriot Act” transalpino, ovvero una legislazione di emergenza volta a frenare la deriva terroristica che ha investito la Francia e che ora minaccia di espandersi anche nel resto d’Europa.

 Il parlamento aveva già varato una legge in materia il 13 novembre 2014. Norme che prevedono, ad esempio, il divieto di lasciare il suolo francese per i sospetti jihadisti e che hanno istituito il reato di “iniziativa terrorista individuale”. Eppure, come sottolineava Le Monde a gennaio, tali decreti “non impediscono le partenze per la Siria e non soddisfano le caratteristiche del delitto di Parigi”, come ha poi dimostrato anche la cronaca degli ultimi giorni, quando un sospetto in fuga - il famoso “ottavo uomo” del gruppo di fuoco che ha agito a Parigi - è riuscito a passare tranquillamente la frontiera con il Belgio e a dileguarsi.

 Come noto, negli USA subito dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center, il 26 Ottobre 2001 il presidente George W. Bush decise di proporre un pacchetto di misure atte a combattere il terrorismo internazionale (poi approvate per decreto il 13 novembre successivo), che emendavano una serie di libertà fondamentali per i cittadini americani e rafforzavano notevolmente il potere delle agenzie di intelligence americane.

 Conosciamo bene le conseguenze di questa politica e, a giudicare dai risultati, non possiamo essere molto soddisfatti del potenziamento dei poteri del governo federale degli Stati Uniti che, dall’FBI alla CIA attraverso la longa manus dell’NSA, ha espanso la propria azione fino a diventare un Leviatano capace di intercettare persino le telefonate della Cancelliera Angela Merkel.

 

Le nuove leggi antiterrorismo
Tra le altre riforme in programma per rispondere alla crescente minaccia terroristica sul suolo francese, l’Eliseo ha deciso che non ci sarà “alcuna riduzione di effettivi nel campo della difesa, almeno fino al 2019” e che anzi vi saranno “cinquemila nuovi posti tra militari e poliziotti nei prossimi due anni”, che porteranno a un totale di diecimila nuovi posti nel settore della sicurezza entro il 2020. Inoltre, si prevede di potenziare il progetto del braccialetto elettronico, per terroristi condannati o anche solo sospettati di esserlo, un provvedimento che va nella direzione auspicata anche dall’ex presidente Sarkozy.

 Se è vero che in Francia testi anti-terrorismo si sono collezionati sin dal 1986 è altrettanto evidente, però, che le leggi da sole nulla possono. Ecco perciò che oggi è sterile cercare una ragione della fallita prevenzione del terrorismo nei disservizi dell’intelligence transalpina. L’intelligence, per quanto colpevole, appare più come un capro espiatorio che non altro. E a dimostrarlo è ancora il comportamento della politica francese che, anche dopo Charlie Hebdo, sembrava assai più concentrata nelle lotte intestine per la spartizione di poteri e deleghe, che non interessata a come prevenire efficacemente le minacce esterne alla République.

 Oggi la Francia “è in guerra” e tutto ciò che scaturirà dall’ira di Parigi promette di accrescere lo scontro con lo Stato Islamico e la più ampia galassia jihadista, anziché frenare la deriva estremista che ha ormai contagiato i cittadini francesi più radicali del mondo islamico e i loro “colleghi” stranieri.

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