Per il Copasir lo Stato deve presentare il conto ai rapiti "imprudenti"

Chi viene sequestrato in aree a rischio dovrebbe pagare le spese di un'eventuale liberazione. Ma Fiammetta Mariani, madre di una rapita e con due figlie disoccupate a carico, dice che non potrebbe permetterselo

Il presidente del Copasir, Massimo D'Alema (Credits: Ansa/Ettore Ferrari)

Anna Mazzone

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Ci sono sequestrati e sequestrati. Quelli che vengono fatti ostaggio in aree a rischio mentre stanno lavorando per Ong o aziende, e i turisti "imprudenti" che, nonostante gli avvertimenti della Farnesina si recano in zone a rischio e gli capita di essere rapiti. Per questi ultimi il Copasir (Comitato per la Sicurezza della Repubblica) propone che paghino le spese sostenute dallo Stato per la loro liberazione.

Secondo la relazione annuale presentata dal Copasir al Parlamento, è necessario fare il punto sulle misure da adottare per prevenire situazioni di rischio in aree estere, in cui vengano coinvolti turisti italiani. Da queste situazioni - sostiene il Comitato per la Sicurezza presieduto da Massimo D'Alema - possono derivare "conseguenze negative non solo per la loro incolumità, ma anche per le strutture pubbliche che devono intervenire a loro tutela assumendone pericoli e oneri finanziari''.

L'organismo propone di "valutare con attenzione la possibilità di prevedere - anche a fini di deterrenza - che le spese sostenute dallo Stato italiano per tali interventi siano poste a carico dei cittadini sequestrati nei casi in cui non siano state rispettate le cautele suggerite dal ministero degli Esteri''.

L'idea non è nuova. Lo stesso Copasir l'aveva lanciata a gennaio del 2009 , ma la proposta era rimasta lettera morta. Sostanzialmente, l'invito del Comitato per i turisti italiani è di adottare misure di "prudenza" e di non recarsi in aree a rischio, dove è alto il pericolo di essere rapiti. A liberazione avvenuta, lo Stato potrebbe richiedere il risarcimento per le spese affrontate con eventuali blitz dei militari e per cure mediche e trasporti.

Insomma, i turisti italiani che si avventurano in aree considerate a rischio dalla Farnesina potrebbero - nel caso di rapimento e successiva liberazione - vedersi presentare il conto al loro rientro. Sarebbero tenuti fuori tutti gli italiani che si trovano in aree a rischio per lavoro o per cooperare ai progetti delle Ong, finanziati a livello comunitario e internazionale.

L'esempio che calza a pennello è quello di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, rapiti dai maoisti indiani dello Stato dell'Orissa il 14 marzo del 2012 e rilasciati dopo qualche settimana. Appena liberato Paolo Bosusco, guida turistica per viaggi estremi nell'Orissa, dichiarò di aver fatto "una vacanza pagata". Già, ma da chi? Dai maoisti o dai contribuenti italiani?

Nella proposta del Copasir non c'è invece alcun accenno al risarcimento allo Stato di un possibile riscatto versato nelle tasche dei rapitori. Il ministero degli Esteri italiano ha infatti sempre negato qualsiasi pagamento per la "restituzione" degli ostaggi, nonostante circolino ogni volta voci di assegni staccati ai sequestratori per indurli a liberare i loro ostaggi.

Ma, nel caso in cui la proposta venga accolta, cosa ne penserebbero i famigliari dei rapiti? Sarebbe giusto per loro pagare per l'imprudenza dei loro cari? Panorama.it ha raggiunto telefonicamente nella sua casa di San Casciano in Val di Pesa Fiammetta Mariani, mamma di Maria Sandra, 53 anni, rapita nel febbraio 2011 da alcuni uomini  armati nel deserto meridionale dell'Algeria e rilasciata ad aprile 2012 in un albergo della capitale del Burkina Faso, a Ouagadougou.

Maria Sandra Mariani è stata la turista italiana con il record di detenzione da parte di rapitori, che hanno sin da subito dichiarato di essere degli affiliati di al Qaeda nel Maghreb islamico. Al momento della liberazione sono corse voci del pagamento di un riscatto di 3 milioni di euro. Ma la Farnesina (come sempre in questi casi), ha fermamente smentito il passaggio di soldi ai terroristi maghrebini.

"Io non ero d'accordo con il viaggio in Algeria di mia figlia", ci dice Fiammetta Mariani, "Sono zone pericolose e le avevo sconsigliato di andare lì, ma lei aveva tanti amici in quel posto e quindi si sentiva sicura". Adesso Maria Sandra è a casa, dopo un'attesa durata più di un anno, ma i genitori sarebbero d'accordo se lo Stato gli chiedesse di pagare le spese sostenute per la sua liberazione?

"Anche volendo - dice la signora Mariani con uno spiccato accento toscano - non potremmo permetterci di pagare le spese sostenute dallo Stato per la liberazione di Maria Sandra". "Non sono d'accordo con questa proposta (del Copasir ndr). Io e mio marito viviamo con una pensione da mille euro al mese e due delle nostre tre figlie sono disoccupate, sicché non potremmo essere in grado di risarcire lo Stato". Come a dire: i massimi sistemi contano poco quando ci si scontra con la vita quotidiana di una famiglia che campa solo con la pensione di un papà.

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