I Paesi del Golfo contro il Qatar, spiegato bene

Perché la decisione di Bahrain, Egitto, Arabia Saudita ed EAU di ritirare il personale diplomatico da Doha è una mossa in funzione anti-iraniana

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Da sinsitra: i ministri degli esteri di Kuwait, Qatar, Oman, Arabia Saudita, Bahrain, EAU, e il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo - Riad, 17 maggio 2017 – Credits: FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Bahrain, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il ritiro del loro personale diplomatico dal Qatar. Gli Emirati Arabi, in particolare, hanno dato 48 ore di tempo ai funzionari di governo qatarioti per lasciare il paese e la Etihad Airways da questa notte, 6 giugno 2017, sospenderà i voli per Doha, capitale del piccolo emirato arabo.

Una mossa forte quella decisa dall’asse principale arabo-sunnita, ovvero i maggiorenti del Consiglio di Cooperazione del Golfo - organizzazione che ha come scopo assicurare la stabilità economica e politica della regione e di cui fanno parte, oltre al Qatar, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman - che segue di poche settimane gli incidenti in Bahrain e la visita del presidente americano Trump in Medio Oriente.

Del resto, neanche l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti gradiscono più la politica del Qatar in Libia dove Doha sostiene le milizie islamiche di Misurata, quelle fedeli all’ex premier islamista Khalifa Al-Ghwell e al Gran Muftì Sadiq al-Ghariani, tutti rappresentanti della Tripolitania. Mentre, come noto, Il Cairo e Abu Dhabi sostengono militarmente il generale della Cirenaica Khalifa Haftar e sono impegnati anche direttamente in Libia con l’aviazione.

Le accuse

Ma andiamo con ordine: la decisione contro il Qatar è stata giustificata dalle gravi accuse che vogliono il governo di Doha "un supporter e un finanziatore dell’estremismo e delle organizzazioni settarie". In pratica, secondo i quattro paesi sunniti l’emirato guidato dalla famiglia Al Thani, pur avendo come religione di Stato lo stesso Islam wahhabita dell’Arabia Saudita, finanzierebbe però attivamente le formazioni salafite “rivoluzionarie” come i Fratelli Musulmani, che sono ideologicamente contro la Casa dei Saud e contro l’Egitto di Al Sisi, e che vogliono dichiaratamente abbattere i loro governi. Secondo le accuse, inoltre, Doha finanzierebbe anche il terrorismo islamista: dallo Stato Islamico di Al Baghdadi ad Al Qaeda in Siria (in particolare, l’ex Fronte Al Nusra oggi Fateh Al Sham), fino al terrorismo palestinese.

I legami con l'Iran

Eppure, l’accusa peggiore per il Qatar - e la vera ragione della mossa politica dei quattro - è un’altra: quella cioè di essere fatalmente legato all’Iran e alle milizie sciite come i libanesi di Hezbollah, braccio armato di Teheran in Medio Oriente. Ed è qui che entra in gioco anche il Bahrain (e, ma solo di riflesso, Israele).

Lo scorso 31 maggio, la Corte civile di Manama ha dissolto la Società Nazionale di Azione Democratica (Waad), organizzazione sciita accusata di "sostenere la violenza, sostenere il terrorismo e l'incitamento a incoraggiare i crimini", con una decisione che segue a meno di un anno di distanza la messa al bando del principale gruppo che rappresenta la maggioranza sciita del regno, la Società Islamica Nazionale (Wefaq). In seguito a queste decisioni erano scoppiati tumulti, duramente repressi, e si sospettava che alcuni chierici sciiti fossero riusciti a riparare altrove, forse proprio in Qatar. Vero o meno che fosse, il doppio gioco del Qatar e la vicinanza “sospetta” con lo sciismo, lo pone in cattiva luce agli occhi degli alleati sunniti.

Che le minoranze sciite siano discriminate e costrette ai margini della società nell’intero Golfo Persico è cosa nota, anche in ragione del fatto che il loro grande difensore iraniano è considerato il nemico da abbattere e l’elemento destabilizzatore in quasi tutto il mondo sunnita. A parte in Qatar, appunto, dove la minoranza sciita è considerata molto meno minacciosa che in Arabia Saudita e in Bahrain.

Gli interessi economici: il gas di North Field

E il perché è presto detto: Doha condivide con Teheran il più grande giacimento di gas del mondo, denominato North Field (che in acque iraniane prende il nome di South Pars) e il cui progetto di espansione nel giro di 5-7 anni ne accrescerà la produzione del 10%, arrivando alla cifra mostruosa di 56,6 milioni di metri cubi al giorno. Un business gigantesco che si svolge offshore nelle acque del Golfo, proprio davanti a Bahrain, Emirati e Arabia Saudita e che rappresenta per questi paesi uno schiaffo in faccia di non poco conto.

È dal 1995, sotto il regno dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che le relazioni Qatar-Iran si sono intensificate significativamente e, seppure Doha sinora aveva seguito le stesse azioni anti-iraniane del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ha messo al bando gli sciiti e il loro sponsor principale in ogni occasione possibile per rinverdire l’unità sunnita, la vicinanza tra Doha e Teheran è rimasta forte.

Questo, insieme al suo sostegno alla Fratellanza Musulmana e alla propaganda attraverso il network televisivo qatariota Al Jazeera, influente media nel mondo arabo-sunnita sempre più anti-saudita, hanno corroso i rapporti diplomatici soprattutto con Riad, che più di ogni altro teme la destabilizzazione interna, e ha accusato spesso Doha di perseguire i propri interessi a scapito della sicurezza collettiva del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

L'Arabia Saudita, insomma, vede ormai nel Qatar la propria spina nel fianco nonostante le sue piccole dimensioni (la penisola conta appena 2 milioni di abitanti), e un competitor economico capace di minare l’ordine geopolitico dell’intero Golfo, attraversato da spinte eversive di non poco conto.

Le possibili conseguenze

Se, dunque, i poco avveduti regnanti di Casa Saud, che dominano la politica del Golfo sin dagli anni Trenta del Novecento, si sono convinti che Doha sia la porta d’ingresso per lo sciismo e per la destabilizzazione dell’intera Penisola araba, allora oggi c’è davvero un problema nel Golfo Persico. E il ritiro dei diplomatici ne è prova tangibile, preludio di nuove mosse da seguire con attenzione. Soprattutto, visto che a quelle coordinate geografiche la sfida sunniti-sciiti viene presa molto sul serio, ancor più della lotta al terrorismo di cui Doha è un "sospetto finanziatore".

Un problema grave, che la visita di Donald Trump in Arabia Saudita ha sviscerato in tutta la sua forza, considerato il promesso sostegno ai sunniti in funzione anti-Iran. Non è un caso che, durante la visita presidenziale al Global Center for Combatting Extremist Ideology, nell’eccentrica “photo opportunity” proprio il Re saudita Salman e il presidente egiziano Al Sisi siano stati immortalati insieme a Donald Trump mentre tengono le mani sopra un mappamondo illuminato. Mentre l’emiro del Qatar Al Thani - che pure ha incassato dal presidente Trump la destinazione di "un sacco di prezioso materiale militare" non meglio specificato - è rimasto a lungo in disparte a covare la propria personale strategia. Che oggi scopriamo essere del tutto antitetica a quella di Bahrain, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E, dunque, anche dell’America.

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