La crisi mediatica di Obama tra Ferguson e Medioriente

Giornali e Tv statunitensi sempre più critici con il presidente, accusato pure di aver commentato la morte di Foley... in abiti casual. Con il 53% degli americani che ne disapprova l'operato - L'analisi

Il presidente Obama durante una recente conferenza-stampa alla Casa Bianca. – Credits: Getty Images.

Mattia Ferraresi

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Difficile dire se la pressione su Barack  Obama venga più dalle agitazioni di Ferguson, nel Missouri, dove vecchi spettri del razzismo si aggirano una città cinta d’assedio dopo l’omicidio del diciottenne Michael Brown, oppure dal fronte esterno, quello del Califfato dei tagliagole che scandalizza il mondo con le sue atrocità e le sue brame di conquista. Non si sa quale dei due pensieri disturbi di più il sonno presidenziale.

Di certo c’è che a questo Obama, accerchiato e sotto lo schiaffo dell’opinione pubblica, nulla è più concesso. Se anche il New York Times, solitamente accondiscendente verso la Casa Bianca, dà voce alla polemica propria degli imbonitori radiofonici repubblicani sul presidente che celebra il lutto per James Foley e poi si precipita sul campo di golf di Martha’s Vineyard a esercitare lo swing, significa che non c’è molto che il presidente possa fare. Greta Van Susteren di Fox News è riuscita a rimproverarlo anche per essersi presentato davanti alle telecamere senza cravatta, come Obama usa fare durante le vacanze: “Sono a favore dei vestiti casual, ma lui è il presidente degli Stati Uniti e sta parlando di un americano decapitato, non delle uova di Pasqua”.

Ogni manovra, che sia inviare il procuratore generale Eric Holder nel Missouri a placare gli animi e sorvegliare sulle indagini, oppure ordinare nuovi bombardamenti sulle postazioni dello Stato islamico, appare limitata o fuori luogo. A completare lo scenario cupo c’è stata anche l’ammissione del fallimento di un raid della Delta Force in Siria per salvare Foley e gli altri ostaggi americani. L’operazione era – per fare un paragone – enormemente più difficile e rischiosa di quella con cui i Navy Seals hanno ucciso Bin Laden, ma nel taccuino della cronaca non rimane annotato l’ardimento presidenziale, il coraggio di provare a salvare i suoi a costo di andare a prenderli dentro la tana del leone. Nella percezione popolare rimane il fallimento dell’intelligence americana, ennesimo di una lunga serie.

Ora persino il capo delle forze armate, il generale Martin Dempsey, dice che la sconfitta dello Stato islamico passa per il bombardamento della Siria. Suggerisce cioè di fare ciò che Obama ha scientificamente evitato per oltre tre anni. Tre anni in cui la guerra civile ha fatto oltre 191 mila morti, secondo le ultime stime dell’Onu, arrotondate per difetto. La popolarità è sempre bassa: il 41 per cento degli americani approva l’operato del presidente, il 53 per cento disapprova (fonte: Gallup), ma Obama ha avuto anche picchi negativi peggiori, aggiudicandosi la maglia nera di presidente meno amato dal dopoguerra a oggi. Ma ormai la sindrome dell’assedio e dell’impopolarità è cronica, non c’è lotta politica o fatto di cronaca in cui non si manifestino i suoi sintomi. E Obama, invece di tentare di debellarla, la gestisce giorno per giorno con quella freddezza calcolatrice che è il tratto dominante del suo stile presidenziale. Se giocare a golf aiuta a raffreddare la mente, allora ben venga lo swing. E pazienza per le critiche.

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