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Israele: Naftali Bennett, il falco hi tech

Il nuovo governo Netanyahu nasce con una risicata maggioranza fortemente spostata a destra grazie al sostegno della Casa Ebraica

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Benjamin Netanyahu stringe la mano a Naftali Bennett – Credits: GALI TIBBON/GETTY

Dopo 42 giorni di trattative, e a poche ore dalla scadenza del suo mandato esplorativo, Benjamin Netanyahu è riuscito a formare una risicata maggioranza di 61 parlamentari su 120, fortemente spostata a destra grazie anche agli otto seggi portati in dote dalla Casa ebraica guidata da Naftali Bennett. Ma chi è Naftali Bennett e soprattutto quale sono le sue idee? È davvero quel pericoloso esponente di estrema destra che descrivono i media occidentali e israeliani? E perché ha chiesto, come precondizione per sostenere il governo dell'alleato-rivale Netanyahu, il ministero della Giustizia che poi è andato alla sua 39enne deputata Ayelet Shaked?

Quarantatre anni, sposato con quattro figli, ex ministro dell’Economia, figlio di ebrei di San Francisco immigrati nel 1967 dopo la Guerra dei sei giorni, Bennett è considerato uno degli astri nascenti della politica israeliana, nonché uno degli uomini più ricchi d'Israele grazie anche alla vendita, nel 2006, per 145 milioni di dollari, della Cyota, una compagnia hi tech contro le frodi fondata nel 1996, quando aveva solo ventiquattro anni. Affabulatore, energico, spietato, irrimediabilmente ambizioso, iphone sempre in mano,  è stato soprannominato il colono hi tech per la sua capacità di coniugare una capacità di comunicazione improntata alle più sofisticate e contemporaneee tecniche del marketing elettorale alla difesa della tradizione, del movimento dei coloni e a un profondo disprezzo  verso gli arabi, non solo quelliche vivono nei Territori occupati, ma anche gli arabo-israeliani che il suo partito ha sempre considerato alla stregua di quinte colonne del nemico in patria.

«Non c’è spazio nella nostra piccola ma stupenda terra dataci da Dio, per un altro Stato» disse Bennet quando entrò, per la prima volta nel 2013 alla Knesset, ribadendo a scanso di equivoci, e in più riprese, che per lui la Cisgiordania fa parte della Giudea e Samaria, il grande Stato di soli ebrei che dovrebbe sorgere sulle ceneri del processo di pace. Quanto queste sue dichiarazioni, che si sono sempre coniugate con una difesa ad oltranza di tutti gli insediamenti illegali, siano solo marketing comunicativo e quanto invece autentici progetti politici per deportare tutti i palestinesi verso gli Stati confinanti, come ripetono sovente i leader israeliani più estremisti, non è dato sapere. Ma Bennett è uno che ha le idee chiare, e piace proprio per questo, come quando disse in un noto talk show televisivo israeliano che «da soldato disobbedirei all’ordine di sgomberare un insediamento».

Zeev Sternhell, tra i più autorevoli storici israeliani ed ex direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Ebraica di Gerusalemme, ne ha dato una definizione  tranchant: «Rispetto alle idee di cui Bennett è portatore, Marine Le Pen appare una pericolosa gauchiste». Quello che appare chiaro è che la maggioranza su cui si fonderà il nuovo governo Netanyahu non è solo risicata, forse troppo, per rimanere unita per tutto il periodo della legislatura, e che i pessimi rapporti con l'amministrazione americana guidata da Obama difficilmente potrebbero migliorare nel prossimo futuro. Ma anche gli Stati Uniti stanno entrando in campagna elettorale. E nessuno, nemmeno Hillary Clinton, può permettersi di voltare le spalle a una consistente parte dell'elettorato ebraico-americano.


 

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