Non solo marò: sono 3.103 gli italiani prigionieri all'estero

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono detenuti da 3 anni in India per un omicidio che non hanno commesso

Un passero appollaiato sul filo spinato che circonda la prigione di Jilava, nei pressi di Bucarest (Credits: Epa/Robert Ghement)

Anna Mazzone

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Mentre l'opinione pubblica italiana è concentrata sulla vicenda dei due marò, Massimilano Latorre e Salvatore Girone, che sono tornati in India dove aspettano la sentenza per avere ucciso due pescatori durante un'operazione anti-pirateria sulla nave italiana Enrica Lexie, nel mondo sono più di tremila gli italiani che scontano pene per reati commessi all'estero. Non sono tutti innocenti, ma alcuni sono vittime di colossali errori giudiziari e, tranne i loro famigliari, nessuno si batte per riportarli a casa.

Silenzio dei media e indifferenza dell'opinione pubblica. I prigionieri italiani all'estero sono vittime dell'indifferenza, come dichiara a Panorama.it Katia Anedda, presidente della ONLUS "Prigionieri del Silenzio ", che da anni si batte per accendere i riflettori sugli italiani che scontano pene carcerarie in tutto il mondo e i cui nomi non si conoscono.

Secondo gli ultimi dati della Farnesina, al 2012 risultano 3.103 prigionieri italiani all'estero. La maggior parte di loro scontano la pena in Paesi europei (il 74.9%), in particolar modo in Germania. Ma ce ne sono 494 anche nelle carceri americane, del Nord e del Sud America, 55 in Asia e Oceania e 17 in Africa.

In India, all'inizio del 2012, risultano 6 connazionali detenuti condannati e 7 in attesa di giudizio. "Nel merito di un processo, se alla giustizia si crede, ci entra un tribunale", ci dice Katia Anedda, ma "nel merito dei diritti umani, se alla civiltà si crede, abbiamo il diritto di entrarci tutti noi, perché anche questo riguarda tutti noi, ognuno di noi è un potenziale condannato all'estero".

Le storie sono tante. Il dolore delle famiglie che non possono essere vicine ai loro cari è immenso. E poi ci si mettono le difficoltà legali nel gestire una Difesa in un paese straniero, e le condizioni di alcune prigioni nel mondo, che fanno rabbrividire e dove si entra vivi e si rischia di uscire morti.

Come è successo a Simone Renda, bancario leccese, che muore in Messico durante una vacanza nel 2007. Simone, 34 anni, si trovava a Playa del Carmen e doveva tornare in Italia, ma il giorno della partenza non si svegliò e il personale dell'hotel in cui alloggiava entrò nella sua stanza per verificare cosa fosse successo.

Spaventato e preoccupato per aver perso il volo di ritorno, Renda dà in escandescenze e viene colpito da una crisi di nervi. Comincia a urlare e viene arrestato in stato confusionale. Il medico in servizio presso il carcere municipale gli diagnostica un grave stato clinico dovuto a ipertensione e un sospetto principio d'infarto, prescrivendo immediati accertamenti in una struttura ospedaliera.

Le richieste del medico, però, non vengono ascoltate e Renda viene trattenuto in stato di fermo senza ricevere assistenza sanitaria. Senza acqua e senza cibo per 42 ore, muore completamente disidratato. La madre, Cecilia Renda, comincia a lottare per chiedere giustizia per suo figlio e scopre che Simone doveva essere scarcerato, ma la guardia di turno in carcere quel giorno ammette in tribunale di non averlo rilasciato perché non aveva una penna per firmare la scarcerazione.

Oggi sono 8 i rappresentanti delle istituzioni messicane, tra cui un magistrato, poliziotti e dirigenti del carcere, sul banco degli imputati del processo che si tiene a Lecce e in cui sono accusati di omicidio volontario e violazione dell'articolo 1 della Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ma, qualunque sarà l'esito del processo, la triste verità è che Simone Renda non potrà più riabbracciare sua madre.

E anche in India, oltre ai marò, ci sono altri due cittadini italiani, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni. Da tre anni sono in carcere a Varanasi e sono stati condannati all'ergastolo per omicidio. La loro è una storia tragica e assurda. Tomaso ed Elisabetta partono nel 2010 per un viaggio in India. Con loro c'è anche Francesco Monti, il fidanzato di Elisabetta, che soffre di asma e problemi respiratori.

Per risparmiare i tre dividono la stessa stanza. Una mattina Tomaso ed Elisabetta si svegliano e si accorgono che Francesco non respira più. Chiamano immediatamente i soccorsi, sperando di salvarlo, ma il ragazzo è morto. I due vengono arrestati e accusati dell'uccisione di Francesco Monti. Il giudice, condannandoli all'ergastolo, dichiara che si è trattato di un "omicidio passionale".

Secondo la pubblica accusa Elisabetta e Tomaso avrebbero avuto una relazione nascosta, e così avrebbero deciso di soffocare nel sonno Francesco per poter vivere senza problemi il loro amore. Come se non bastasse, l'autopsia sul cadavere viene svolta da un oculista e il corpo viene immediatamente cremato subito dopo, cancellando la possibilità di raccogliere ulteriori prove riguardo alle effettive cause del decesso.

Da tre anni Tomaso ed Elisabetta gridano la loro innocenza. Le loro famiglie sono disperate e lo Stato italiano non è mai intervenuto per chiedere una revisione del processo o l'estradizione verso il nostro Paese. A settembre di quest'anno si terrà un'udienza d'appello e i due ragazzi sperano che l'incubo finisca e che gli sia restituita la libertà.

Intanto restano chiusi nella terribile prigione di Varanasi, sottoposti a chissà quante umiliazioni. Quando pensiamo all'India, è bene ricordare che non esistono solo i marò, ma anche Tomaso ed Elisabetta, che attendono giustizia e chiedono solo di poter tornare a casa.

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