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Myanmar, non solo Rohingya: il genocidio invisibile nel Kachin cristiano

Nel nord del Paese va in scena una guerra ignorata dalla comunità internazionale, con i civili intrappolati tra soldati e ribelli e presi di mira

Kachin

Simona Santoni

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Si dice Myanmar ed è inevibitabile pensare alle tristi sorti dei Rohingya, apolidi perseguitati, minoranza musulmana residente nello stato del Rakhine fuggita in Bangladesh. Ma nell'ex Birmania si consuma un altro genocidio, meno pubblicizzato, quello ai danni dei Kachin, minoranza per lo più di religione cristiana dell'omonimo stato settentrionale di Kachin, vicino al confine con la Cina. 

È infatti in corso un conflitto brutale tra i guerriglieri dell'esercito di indipendenza del Kachin le milizie governative. A farne le spese migliaia di civili, contro i quali le forze armate hanno usato artiglieria pesante e raid aerei. 

La storia del Kachin

Il Kachin è lo stato più settentrionale del Myanmar. Regione montuosa (con la montagna più alta birmana, il Hkakabo Razi, la punta meridionale della catena dell'Himalaya), conta circa 1.600.000 abitanti.

Ha vissuto una relativa pace fino agli anni Sessanta. Dopo che il Myanmar ottenne l'indipendenza dagli inglesi nel 1948, gli venne promessa l'autonomia. Le tensioni sono iniziate nel 1962, quando i militari presero il potere e, in tutta risposta, si formò l'Esercito per l'Indipendenza del Kachin (Kia) per difendere il territorio.

Con la liberazione e l'ascesa di Aung San Suu Kyi, nel 2016, si sperava nella fine dei combattimenti ma, come nel caso della crisi dei Rohingya nel sud del Myanmar, così non è stato. Anzi, la situazione è peggiorata. Suu Kyi ha invitato i gruppi armati ribelli a firmare un accordo nazionale di cessate il fuoco, il negoziato dell'ottobre 2015 tra il governo centrale e otto gruppi ribelli. L'Esercito per l'Indipendenza del Kachin però ha rifiutato, mentre le truppe governative continuano a bombardare i villaggi del Kachin.

La guerra dimenticata e la fuga dei civili in trappola

Negli ultimi mesi, i gruppi di difesa dei diritti umani hanno denunciato un'escalation delle operazioni delle forze armate birmane contro i gruppi ribelli nel nord del Paese asiatico, anche sfruttando il fatto che l'attenzione internazionale è spostata sull'odissea della minoranza Rohingya nello stato del Rakhine. 

Da aprile, oltre 6.800 abitanti del Kachin sono stati costretti a lasciare le loro case a causa dei colpi di mortaio e degli scontri di fuoco. Questi vanno ad aggiungersi agli oltre 130mila Kachin già sfollati nel corso dei decenni. Molti sono bloccati nella giungla o intrappolati nelle zone di conflitto tra i soldati e i ribelli del Kia. Le associazioni umanitarie sostengono che, in violazione al diritto internazionale umanitario, è stato loro impedito di fornire cibo e altri beni vitali ai civili intrappolati nella foresta. 

Le violazioni dei diritti umani sono però su entrambi i fronti. La mattina del 12 maggio sono state uccise 19 persone (18 civili e un poliziotto) in un attacco a due basi militari e a un ponte nello stato birmano di Shan, nel nord del Paese, nella città di Muse, al confine con la Cina. L'attentato è stato ad opera dell'Esercito di liberazione nazionale Ta'ang (Tnla), come rappresaglia alla recente offensiva dell'esercito birmano contro l'Esercito per l'indipendenza del Kachin.

L'analista politica e scrittrice Stella Naw ha detto al Guardian: "È una guerra in cui i civili vengono sistematicamente presi di mira dall'esercito birmano, tuttavia la comunità internazionale decide di ignorarla".

Le ragioni nascoste dietro il conflitto

L'esercito vorrebbe sconfiggere il Kia o costringerlo a firmare il cessate il fuoco. Dietro la sua volontà di controllare il Kachin ci sarebbero interessi economici: lo stato più settentrionale del Myanmar conserva infatti ambite miniere d'ambra e di giada.

Recentemente gli scontri sono scoppiati nella regione di Tanai, ricca di ambra, e vicino alle miniere di giada di Hpakant. 

Nhkum Tang Goon, segretario del gruppo di vigilanti anti-droga Pat Jasan di Myitkyina, capoluogo del Kachin, parla di un "lento genocidio": "Il governo ha uno scopo", ha detto, "la pulizia etnica".

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