Esteri

Il destino dei due Marò dipende da questa Corte

L'arbitrato internazionale si svolgerà all'Aia a luglio; sullo sfondo il peso degli affari tra India e Italia

Latorre Girone Marò India

Fausto Biloslavo

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Ci sono giorni che non pensiamo all’India. Altri, come il primo mercoledì di ogni mese, quando Max deve andare a firmare alla stazione dei carabinieri, non possiamo dimenticare che si vive sempre con una spada di Damocle sulla testa» spiega a Panorama Paola Moschetti, compagna del marò Massimiliano Latorre.

Il 15 febbraio saranno passati sette anni dall’inizio dell’odissea giudiziaria e umana del fuciliere di Marina del reggimento San Marco condivisa con il compagno d’armi Salvatore Girone. I due marò nel 2012 prestavano servizio di protezione sulla petroliera italiana Enrica Lexie a circa 20 miglia dall’India. Gli indiani li accusano di avere ucciso due pescatori scambiati per pirati, che si erano avvicinati alla nave, ma i marò hanno sempre proclamato la propria innocenza. Dopo il carcere, gli arresti domiciliari e il confinamento all’ambasciata italiana di Delhi i due fucilieri del San Marco sono tornati in patria. Mai liberi del tutto, con l’obbligo di firma e senza passaporto. Non possono neppure frequentarsi.

Dal giugno 2015, l’allora governo Renzi ha avviato una procedura arbitrale con l’India in base alla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare appellandosi alla Corte permanente dell’Aia. Poi è calato il silenzio. Il caso è scivolato nel dimenticatoio, complici le complesse lungaggini della procedura arbitrale. Ma che fine hanno fatto i marò e a che punto è la loro odissea? Panorama ha parlato con alcuni protagonisti del caso, gli esperti di diritto internazionale che conoscono il dossier e i familiari dei fucilieri di Marina. I governi cambiano, ma l’ordine ai marò di tacere per non irritare gli indiani, che per di più nel 2019 vanno alle urne, è sempre lo stesso.

«Sette anni fa non avremmo mai immaginato di arrivare fino a oggi con questa vicenda ancora aperta» sottolinea Vania, la moglie sempre al fianco di Girone. «È un peso continuo sulle spalle di Salvatore e di tutta la nostra famiglia». Il marito è impiegato presso la capitaneria di porto a Bari sostiene la consorte. «Rattrista pensare a quanti governi siano passati (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte, ndr) senza essere ancora arrivati a una conclusione» osserva la signora Girone. «Mi ricordo, sette anni fa, le autorità italiane, i primi avvocati che ci rassicuravano di stare sereni e tranquilli. Dicevano che tutto si sarebbe concluso in poco tempo». Vania spera solo che «questo sia l’ultimo anno, quello definitivo, che riporti la serenità alle nostre famiglie e permetta a Salvatore e Massimiliano di vedere riconosciuta la propria innocenza e di ritrovare la piena libertà personale». Non sarà così facile.

Il Tribunale arbitrale si riunirà, finalmente, fra l’8 e il 20 luglio per prendere una decisione, ma solo sulla giurisdizione del caso. In parole povere dovrà decidere se la competenza giuridica spetta all’India o all’Italia. Poi i marò dovrebbero comunque venire processati, a Roma o a Delhi, per la morte dei due pescatori del 2012.

Il Tribunale è composto da cinque giudici. I due arbitri, l’italiano Francesco Francioni e l’indiano Patibandla Chandrasekhara Rao, che ha sostituito il suo connazionale scomparso improvvisamente lo scorso novembre allungando ancora di più i tempi. Al loro fianco ci sono il coreano Jin-Hyun Paik, il giamaicano Patrick Robinson e il presidente della Corte dell’Aia, il russo Vladimir Golitsyn. I giudici avranno sei mesi per emettere la sentenza.

«Se non si fosse perso tempo all’inizio passando subito all’arbitrato sarebbe già finita. Poveri marò rischiano di passare gran parte della vita legati a questo caso» spiega Angela del Vecchio dell’Università Luiss di Roma, che segue dall’inizio la vicenda. «Spero di no, ma se vincessero gli indiani Latorre e Girone dovrebbero tornare a Delhi. Il Tribunale arbitrale lo abbiamo chiesto noi e dobbiamo rispettarne le sentenze». Giulio Terzi, l’ex ministro degli Esteri del governo Monti, che si era dimesso per protesta quando i marò furono rimandati in India ricorda che «non si voleva avviare la procedura arbitrale pensando ad accomodamenti, transazioni o do ut des, che non ho mai capito. Soprattutto un ministro donna (Emma Bonino alla guida della Farnesina durante il governo Letta, ndr) era assolutamente contraria. E così siamo arrivati al settimo anno». Secondo Terzi «è inimmaginabile che la giurisdizione sia indiana. E nel caso i marò potrebbero venire giudicati in contumacia, senza tornare a Delhi dove continua a rimanere in vigore la pena di morte». Il professore emerito di diritto internazionale della Luiss, Natalino Ronzitti, è convinto che «la competenza sia italiana e per i marò valga l’immunità funzionale».

Il governo non rilascia alcuna dichiarazione ufficiale, ma tutti confidano in una soluzione indolore. L’attuale ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha ricevuto i marò due volte. Il 10 settembre scrivendo poi un post «per esprimere la vicinanza del governo» e del «Paese perché in questi casi occorre che tutte le forze politiche e civili, indistintamente, si mostrino unite e compatte intorno ai nostri due fucilieri di Marina!». L’ultimo incontro, non pubblicizzato, è avvenuto a ridosso del Natale per uno scambio di auguri. Dopo la decisione del Tribunale arbitrale, il processo sui fatti di sette anni fa potrebbe chiudersi velocemente e magari con un’archiviazione per mancanza di prove degne di questo nome. Più semplice a Roma, dove comunque sono aperti due procedimenti, uno civile e l’altro militare, ma più difficile da farsi in India. Però, con l’incontro a fine ottobre a Delhi fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il premier nazionalista, Narendra Modi, si è definitivamente suggellata la linea già avviata dal governo Gentiloni.

Il contenzioso arbitrale non deve inficiare i rapporti bilaterali. Il gruppo industriale che fa capo a Lakshmi Nivas Mittal, il più grande imprenditore indiano dell’acciaio, ha rilevato gli impianti ex Ilva di Taranto con l’obiettivo di creare un forte polo europeo. Il 2 gennaio le Generali hanno investito 120 milioni di euro nella joint venture assicurativa con Future Group, un colosso di Mumbai. L’interscambio è stato di 8,5 miliardi di euro nel 2017 e circa 740 imprese italiane sono presenti in India. Il nostro Paese è il quinto partner commerciale europeo di Delhi anche se dobbiamo ancora lavorare per arrivare alle quote di mercato di Francia e Germania. Le previsioni per le esportazioni indicano un aumento medio del 7,2 per cento annuo fino al 2021. A Roma si auspica che qualsiasi attrito sul responso dell’arbitrato si possa risolvere per via politica. Il capitano di fregata Antonio Colombo, delegato Cocer che rappresenta tutti i marinai, fa notare «come ambedue i governi tengano un profilo basso sui marò. Questo silenzio potrebbe essere il preludio di una soluzione diplomatica al di là della sentenza. In ogni caso per noi la parola d’ordine è di non rimandarli in India».

L’ex Capo di Stato maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, che ha vissuto in prima persona il caso marò spera che «questa farsa finisca presto grazie all’arbitrato. Siamo sempre stati deboli con l’India e abbiamo fatto diversi sbagli. Il più grave è stato rimandarli a Delhi la seconda volta. Pure io ho compiuto un errore facendo tornare la nave in porto», grazie a un tranello degli indiani. I media e parte dell’opinione pubblica hanno dimenticato i marò, ma sono ancora tanti i loro sostenitori che non demordono e sui social promettono: «Quando sarà il momento di combattere per la vostra innocenza saremo al vostro fianco e se sarà necessario scenderemo anche in piazza». Il 4 dicembre, Girone sulla sua pagina Facebook, ringraziava la Commissione Difesa della Camera «per avermi dato la possibilità di esternare il mio malessere che coinvolge la mia famiglia e che condiziona la nostra quotidianità». E auspicava «che le forze politiche siano unite affinché io e il mio collega Latorre torniamo ad essere uomini liberi». Max in India era stato colpito da un ictus, nel 2014. «Adesso si è ripreso, ma psicologicamente ci sono sempre alti e bassi» spiega la sua compagna. La coppia vive a Roma dove Latorre presta servizio negli uffici del Capo di Stato maggiore della Difesa. Moschetti è convinta che «alla fine, la luce in fondo al tunnel ci dev’essere per forza. Viviamo passo dopo passo, ma dobbiamo arrivare al riconoscimento dell’innocenza dei due marò e alla loro definitiva riabilitazione». Il 31 dicembre, Latorre, dopo avere inviato i migliori auspici di buon 2019 ai propri sostenitori, ha scritto: «A me auguro Giustizia, Libertà e un po’ di serenità». 

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