Esteri

Libia, la mia missione possibile

"Tripoli e Tobruk devono trovare una soluzione". Intervista a Paolo Serra, consigliere speciale dell'Onu per la sicurezza

New Commander of United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL)

Fausto Biloslavo

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Il generale Paolo Serra, torinese classe 1956, è da metà novembre consigliere per la sicurezza dell'inviato speciale dell'Onu in Libia. Veterano di Kosovo, Afghanistan e Libano fa la spola fra la Tunisia e Tripoli, dove ha favorito lo "sbarco" del nuovo governo appoggiato dalle Nazioni Unite. Nell'intervista esclusiva a Panorama, la prima a un giornale italiano, l'ufficiale degli alpini affronta tutti i temi caldi dai migranti alle bandiere nere.

 


Come ha aiutato il nuovo governo di Fayez Al Serraj, appoggiato dall'Onu e soprattutto dall'Italia, a sbarcare a Tripoli?

L'interlocutore dell'Onu è stato il Comitato temporaneo per la sicurezza costituito da 18 libici componenti di esercito, polizia e guardia costiera indicati dai rappresentanti del futuro governo. Attraverso il Comitato abbiamo contattato quasi tutti i gruppi armati dell'area. A Tripoli ci sono 41 milizie: circa 4 mila uomini hanno dato il proprio supporto ad Al Serraj e 2 mila sono rimasti fedeli al vecchio organismo.

Fra gli alleati del nuovo governo ci sono i "poliziotti" di Abdel Aruf Qara e i miliziani di Abdelhakim Belhadj entrambi ex jihadisti che hanno combattuto in Afghanistan, ma contrari al Califfato. Ci possiamo fidare?

L'Onu tratta con tutte le forze sul terreno a parte Ansar al Sharia, Al Qaida e Isis. Non abbiamo preclusioni per trovare una soluzione politica. Queste milizie si sono dichiarate favorevoli a una nuova istituzione governativa. Ci si può fidare se il contatto è basato sul reciproco rispetto. In seguito verrà richiesta una smobilitazione delle milizie e l'integrazione di coloro che lo vorranno nelle forze armate della Libia unita del futuro, sotto un solo comando. Un progetto che per avere successo ha bisogno di tempo, risorse e dell'appoggio continuo della comunità internazionale.

Il nuovo esecutivo si è insediato a Tripoli ma riesce a governare?

I primi obiettivi come il controllo dei capitoli chiave della Banca centrale e il piano di unificazione della Compagnia petrolifera nazionale sono stati raggiunti. Per diventare governo di unità nazionale deve ottenere la fiducia del parlamento esiliato a Tobruk. Minacce fisiche ai parlamentari hanno fatto sì, che non si raggiungesse il quorum in diverse occasioni.

I libici ripetono che non vogliono l'intervento straniero, ma hanno bisogno di aiuto. Quale missione è possibile con il coinvolgimento dell'Italia?

Non ci sarà un intervento militare classico. Piuttosto verrà fornito l'aiuto necessario per permettere ai libici di controllare il territorio. Pensiamo alle porose frontiere dell'area meridionale con Niger, Chad e Sudan. L'Onu, come è stato già fatto in Congo, può far volare dei droni per il controllo di queste estese zone di confine. Tecnologia avanzata servirà per il contrasto delle Ied (trappole esplosive) e per la protezione dagli attacchi terroristici. E poi, come è stato fatto nel passato, ma all'estero, sarà utile realizzare a "domicilio", in Libia, una capacità addestrativa per le forze locali. Il personale da utilizzare non è solo quello italiano, ma pure delle altre nazioni che vogliono aiutare la Libia.

Il premier Khalifa Gwell del governo islamista non riconosce il nuovo governo arroccato a Tripoli. E lancia minacce anche contro l'Italia. Si rischia la prova di forza?

Molti si aspettavano un disastro nella capitale, all'arrivo di Al Serraj, che non è avvenuto (ma dal 17 aprile ci sono stati scontri con una ventina di morti, ndr). I libici non pensano che si arriverà a un confronto militare. Piuttosto si uniranno le forze per combattere l'Isis, considerato un pericolo comune.

L'uomo forte nell'est del Paese, il generale Khalifa Haftar, è un problema o uno scudo contro i terroristi?

Spetta ai libici trovare un ruolo per il generale Haftar che lo soddisfi politicamente. Non esiste la bacchetta magica, ma Tripoli e Tobruk dovranno continuare a cercare una soluzione.

Lo Stato islamico punta sui gangli petroliferi. Potrebbe conquistarli?

L'espansione di Daesh (Stato islamico) è stata contrastata dalla guardia petrolifera (la milizia di Ibrahim Al Jathran, che ama l'Italia e veste Armani, ndr), ma i terroristi hanno provocato gravi danni. La situazione di insicurezza ha fatto crollare la produzione da 1,8 milioni di barili al giorno a 300 mila. Per rilanciare l'economia in una crisi drammatica, è necessario che tutte le forze coinvolte appoggino pienamente il nuovo governo.

Da gennaio gli sbarchi in Italia sono aumentati del 55 per cento rispetto all'anno precedente. Con il tentativo di chiudere la rotta balcanica ci sarà il boom di partenze dalla Libia verso le nostre coste?

L'anno scorso sono partiti 153 mila individui dalle coste del Nord Africa verso l'Europa, dei quali 120 mila dalla Libia. Nel gennaio 2016 le partenze sono state 5.300 (2.500 nel 2015). Se la tendenza venisse confermata arriveremo a 250-300 mila arrivi entro la fine dell'anno. Se vogliamo evitarlo la comunità internazionale deve intervenire sostenendo il governo libico per garantire la sicurezza e riattivare le attività di prevenzione sulla linea costiera. Il nuovo governo deve ancora sviluppare la sua autorità imponendo il controllo sulla frontiere. I trafficanti di uomini sfruttano il momento, facilitando il numero maggiore possibile di partenze.

La flotta europea è al limite delle acque territoriali libiche. I trafficanti fanno partire i migranti sui gommoni con carburante e viveri appena sufficienti per raggiungere le navi che li portano in salvo in Italia. Come si spezza il circuito?

Il nuovo governo punterà a un rafforzamento della polizia di frontiera e della guardia costiera, che deve agire all'interno delle acque territoriali ed intervenire immediatamente nel momento in cui il barchino lascia la costa. L'addestramento della guardia costiera è una delle opzioni che potrebbe venir richiesta da Tripoli alla comunità internazionale per affrontare il flusso dei migranti illegali.

E quindi fermarli?

Assolutamente. Oggi i campi per i migranti sono in condizioni umanitarie disastrose gestiti da milizie e gruppi criminali. Bisogna che il governo riprenda il controllo dei campi e garantisca la sicurezza a Tripoli per permettere la riapertura delle sedi diplomatiche. Grazie alle ambasciate sarà possibile organizzare il rientro di chi non ha diritto all'asilo.

I migranti arrivano dal deserto meridionale lungo gli stessi canali usati dai volontari delle bandiere nere e per le armi....

Le armi entrano ed escono. I migranti giungono da sud lungo le rotte del contrabbando. Si spostano verso Sebha o Kufra e poi vengono mandati sulla costa a Sabrata, Zawiya e Zwuara. Percorsi ben conosciuti sui quali nessuno oggi interviene, ma un domani le forze libiche, con il nostro aiuto, dovranno farlo.

I gruppi terroristici, come i talebani in Afghanistan per l'oppio, riscuotono il pizzo per garantire la sicurezza dei vari passaggi?

Non ho prove dirette, ma usando il buon senso direi che è così. Nei movimenti di migranti dal sud possono esserci anche arrivi di personale dell'Isis. Quando attraversano il posto di blocco pagano la milizia locale per passare. Se il gruppo attraversa un posto di blocco legato all'Isis il "bakchich" per il passaggio viene incassato lo stesso, anche se Daesh non ha il diretto controllo del movimento dei migranti e non sembra volerlo avere.

Le bandiere nere sul Mediterraneo sono una minaccia. Come le fermiamo?

Sirte, occupata dall'Isis, è una città perduta, ma può venir riconquistata, se i libici si unissero. Le nuove forze armate della Libia futura composte da milizie ricostituite saranno in grado di ingaggiare l'Isis in una battaglia terrestre. Se servirà un'azione della comunità internazionale saranno i libici a doverlo chiedere. E la comunità internazionale sarà pronta a intervenire.

Quanto ci vorrà per salvare la Libia?

Bisogna armarsi di pazienza. Non sarà un impegno di mesi, ma di anni.

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