Libia: l’Egitto prepara l'invasione

Mentre la diplomazia tenta la carta di un governo di unità nazionale, Il Cairo prepara una guerra per evitare il contagio del jihadismo ormai alle porte

Il generale Al Sisi saluta il segretario di Stato John Kerry in un ufficio governativo del Cairo (EPA/STR EGYPT OUT) – Credits: ANSA

 

 

Buona la prima? Difficile che vada così, nonostante il peregrino ottimismo delle Nazioni Unite. L’idea del bilanciamento dei poteri non è malvagia in sé, ma l’efficacia di una simile architettura istituzionale per la Libia decisa a tavolino è tutta da verificare e, soprattutto, da mettere in pratica. Quali soggetti politici, ad esempio, andrebbero a costituire il Consiglio Presidenziale, cioè il triumvirato? Un rappresentante di Tobruk, uno di Tripoli e uno delle tribù che si accordano su ogni azione ad oggi sembra un po’ fantapolitica. E quale ruolo avrebbe il premier “ufficiale” Al Thinni? Il capo di Stato? Così come l’accettazione in toto del parlamento di Tobruk quale rappresentante ufficiale del popolo libico, per gli islamisti di Tripoli è una sconfitta senza se e senza ma.

 

Sull’orlo di una nuova guerra
Qualcuno, una soluzione sembra averla e quel qualcuno si chiama Egitto. Fonti militari e di intelligence israeliane affermano che l’Egitto sta ammassando truppe di terra e d’aria nel deserto occidentale lungo il confine con la Libia, in preparazione di una campagna militare per invadere la Libia orientale e occupare la Cirenaica, al fine di eliminare lo Stato Islamico, che minaccia tanto la pace in Libia quanto lo stesso Egitto. Anche le forze navali si starebbero raccogliendo nei porti egiziani del Mediterraneo.

Si sussurra che il possibile lancio di un’operazione militare vedrebbe lo sbarco dei marines egiziani sulla costa libica intorno alla città di Derna, caduta sotto il controllo dello Stato Islamico, accompagnati da contemporanei lanci di paracadutisti dal cielo. I militari egiziani temono infatti la crescente presenza del Califfato in Libia orientale e nel Sinai, che corrisponde a una minaccia diretta ed espone l’Egitto a un pericolo mortale. L’intelligence del Cairo sostiene che i terroristi dello Stato islamico siano già presenti nelle città egiziane e che abbiano persino infiltrato alcune unità dell’esercito. Del resto, il numero di attentati a danno di soldati e istituzioni egiziane è in crescita esponenziale e rischia di travolgere l’economia e la pace sociale così difficilmente raggiunta, con la forza delle armi.

 

Questi toni allarmistici e queste ipotesi, rilanciate dal sito d’intelligence israeliana Debka, sono corroborate dal febbrile allarme dell’intelligence americana. Il 19 aprile, ad esempio, il capo della CIA in persona, John Brennan, era al Cairo per consultazioni con il presidente Abdel Fattah Al Sisi. Il quale gli avrebbe garantito che l’invasione è funzionale ad aiutare il governo di Tobruk, a imporre la calma nel contesto libico e a spazzare via i jihadisti, per poi ritirarsi ordinatamente. Il Cairo vorrebbe dunque aiutare il generale libico Haftar a fare quello che sinora il suo esercito regolare non è riuscito a fare, ma non è intenzionato a occupare la Libia.

Per i militari egiziani, il pericolo della Fratellanza Musulmana – al potere prima del golpe del 3 luglio 2013 – è ancora forte e una Libia in mano alle forze vicine ai Fratelli Musulmani è una minaccia maggiore di un conflitto in territorio libico.

 Ciò nonostante, l’Amministrazione Obama è del tutto contraria a un intervento egiziano su larga scala, e predilige l’opzione di aumentare ancora gli aiuti militari al generale Haftar. Il generale, uomo di Washington, ha però il difetto di non esser stato in grado di avere la meglio sul nemico e di aver permesso allo Stato Islamico e agli islamisti di proliferare.

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