Esteri

Israele: l'irresistibile ascesa di Avigdor Lieberman

Come Bruto con Cesare, l'ex pupillo di Netanyahu lo ha defenestrato. Ma lo stratega amante di Pushkin non intende fermarsi qui. E punta alla poltrona di primo ministro.

Israeli Defense Minister Avigdor Lieberman visits Quneitra border crossing with Syrian

Redazione

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«Tu quoque, Brute, fili mi!». L'espressione latina attribuita a Cesare sta rimbalzando sui media internazionali internazionali a velocità supersonica. Ma con due diversi protagonisti: il quattro volte premier Benjamin Netanyahu nei panni di Cesare e Avigdor Lieberman, il suo ex protegé, nei panni di Bruto.
«Avigdor Lieberman, il Bruto che vuole la pelle di Benjamin Netanyahu» si legge sul sito francese L'Opinion, che dedica un'analisi alla «crisi post-elettorale che assume i contorni di una tragedia». Riferendosi sempre all'ipernazionalista laico a capo del partito Yisrael Beitenu, il quotidiano parigino Libération parla del «Rasputin di Netanyahu trasfigurato in Bruto». Il sito Worldisraelnews si chiede: «Quando arriverà il momento Bruto? Il momento in cui Bruto ammazza Cesare?» E già il 2 giugno l'agenzia di stampa Bloomberg parlava di «un Bruto emergente».
Ne ha fatta di strada l'ex fedelissimo di Netanyahu, che aveva cominciato a lavorare per l'enfant prodige del Likud controllando che le sue camicie fossero ben stirate affinché potesse cambiarsi fra un incontro e l'altro. Nato 61 anni fa nella sovietica Chisinau, in Moldova, l'amante di Pushkin è emigrato in Israele nel 1978.
Grande e grosso, ha cominciato facendo il buttafuori nelle discoteche. Ora butta fuori i primi ministri. Come ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz: «I politici e gli analisti politici israeliani hanno osservato con incredulità – e in definitiva con ammirazione – il manovrio che ha trasformato il Lieberman nato in Moldova nel kingmaker» della politica israeliana. Non solo. Come osservano vari analisti, l'ex braccio destro di Netanyahu, che dopo 41 anni nella Terra promessa ha un pesante accento russo, sta gettando le basi per una candidatura alla carica di primo ministro.
Ma come ha fatto questo sulfureo self-made-man a diventare la stella nascente dell'empireo israeliano? Fuori Israele, sinora Lieberman era noto per la sua immagine di falco oltranzista, politicamente ultra-scorretto. Non trascurabili neanche i suoi guai con la giustizia: è stato indagato per anni per reati che vanno dalla corruzione alla frode, dal riciclaggio di denaro sporco all'intimidazione dei testimoni e all'ostacolo alla giustizia. Un buon numero di membri del suo partito sono stati incriminati e alcuni sono persino finiti in carcere. Ma Avigdor, contrariamente a tutte le previsioni, alla fine è stato assolto da ogni accusa.
Un curriculum tutt'altro che invitante per un aspirante primo ministro. In realtà, questa è solo una faccia della medaglia che compone l'enigma Lieberman. Il bulldozer della Knesset non è solo un ultrà rozzo e spregiudicato: è molto altro. Anzitutto, come rivela un approfondito saggio scritto per la rivista statunitense The Atlantic dall'ex ambasciatore israeliano negli Usa Michael Oren, Lieberman è un raffinato stratega.
Il diplomatico, che ha lavorato con il leader politico quando quest'ultimo era ministro degli Esteri, ricostruisce le tappe della sua ascesa. Lasciò l'Urss a 20 anni, sfruttando un fugace allentamento delle severissime restrizioni sovietiche all'emigrazione. Appena arrivato in Israele, Evet Lvovich Lieberman ebraicizzò subito il suo nome in Avigdor. Studiò scienze politiche e sposò Ella, un'altra immigrata moldova. Essendo figlio di uno scrittore esiliato da Stalin per sette anni in Siberia, fece subito una netta scelta di campo: divenne un attivista di destra.
Fu così che, una decina di anni dopo l'Alyiah, fece l'incontro che gli cambiò la vita. Non potevano essere più diversi Lieberman e Netanyahu, cioè il barbuto immigrato rauco nato nella provincia di un impero dissolto e il raffinato Sabra (così si chiamano gli ebrei nati in Israele, in contrapposizione con gli immigrati), laureato al Mit di Boston, che aveva servito cinque anni in un'unità di élite delle forze speciali israeliane.
«Questo fu il primo esempio del genio politico di Lieberman nell'identificare e cogliere le opportunità» osserva l'ambasciatore Oran. Sfruttando la luce riflessa di Netanyahu, l'ex buttafuori divenne prima direttore generale del Likud e poi, dopo le elezioni del '96, dell'ufficio del neo premier. In meno di 20 anni, il goffo immigrato era arrivato a occupare una delle posizioni più prestigiose dell'establishment israeliano.     
Un anno dopo diede le dimissioni. Molti osservatori lo etichettarono come un suicidio politico. «Ma questi israeliani sottovalutarono la sua capacità di percepire l'arrivo di un altro colpo di fortuna» sottolinea il diplomatico. Gli anni Novanta avevano visto l'arrivo nella Terra promessa di quasi un milione di ebrei (o presunti tali) dai Paesi dell'ex Unione sovietica. Una migrazione che equivaleva a quasi un quinto dell'intera popolazione israeliana. Il giovane Avigdor colse l'occasione al volo: quella vastissima base elettorale in cerca di un leader, refrattaria alle ideologie di sinistra, poteva essere sua.
Detto, fatto. Nel '99 Lieberman fondò il partito Yisrael Beitenu, che 10 anni dopo arrivò a quota 15 seggi alla Knesset, diventando il terzo partito del Paese. Un'intuizione che lo portò a ricoprire innumerevoli cariche ministeriali: è stato ministro delle Infrastrutture nazionali, dei Trasporti, degli Affari strategici, degli Esteri, della Difesa e anche vice primo ministro.
Di pari passo, Lieberman rafforzò la sua reputazione come falco. «Il suo consulente politico statunitense, Arthur Finkelstein, lo consigliò di selezionare un nemico che gran parte della gente odiava e concentrarsi su di esso» continua l'ambasciatore. L'immigrato russo si concentrò sugli arabi. «Quelli che sono dalla nostra parte meritano molto, ma quelli che sono contro di noi meritano di farsi decapitare con un'ascia» tuonò contro di loro nel 2015, nei panni di un poco diplomatico ministro degli Esteri. Anni prima, nel 2006, subito dopo essere entrato nel governo di coalizione, era arrivato a proporre che i parlamentari arabo-israeliani della Knesset fossero «giustiziati» perché avevano osato incontrare Hamas per tentare di mettere fine alle tensioni.  
«Tale populismo, brutale anche per gli standard israeliani, valse a Lieberman la reputazione internazionale di razzista» spiega il diplomatico. In realtà, pur professandosi a gran voce anti-arabo, Lieberman è l'unico politico di destra rimasto a favore della soluzione dei due Stati. E lo è al punto tale di essersi detto disposto, in caso di accordo, a evacuare la sua casa di Nokdim, l'insediamento di coloni nella West Bank dove vive dal 1988.          
Nel frattempo, Lieberman si rese però conto che stava perdendo il suo zoccolo duro. Quando prese atto del fatto che i pensionati dell'ex Urss stavano invecchiando e che i più giovani non votavano più come russi, essendo diventati israeliani a tutti gli effetti, capì che doveva allargare i suoi orizzonti elettorali.
Di pari passo, rilevò anche il pericolo rappresentato dagli ultra-ortodossi. A causa della loro galoppante demografia, gli Haredim rischiavano di asservire la destra tradizionale, marginalizzando in particolar modo i russofoni, poco praticanti. Ma non è tutto. Secondo l'Istat israeliano, entro il 2065 un terzo degli israeliani saranno Haredim. Ma in quanto fedeli a una tradizione ebraica che risale al dono della Torah a Mosè, i giovani Haredim studiano i testi sacri anziché indossare l'uniforme. Un bel problema per un Paese che, vivendo un conflitto permanente, basa la sua difesa sui cittadini-soldati. «Da qui il suo ultimo cavallo di battaglia» osserva il quotidiano francese Libération. «la coscrizione degli Haredim».   
Fedele all'insegnamento del suo spin doctor statunitense, il bulldozer della Knesset trovò l'ennesimo nemico. E una nuova base elettorale: i giovani di destra israeliani anti-Haredi. Come prima mossa staccò la spina al governo Netanyahu, spiegando che in quanto nazionalista laico non si sentiva più di appoggiare un governo basato sul sostegno di rabbini ultra-ortodossi e di coloni con venature «messianiche».
Apriti cielo! Da quel momento il vecchio falco ultra-nazionalista venne percepito dai laici come il duro che sa tener testa agli ultrà. Alle ultime elezioni del 17 settembre, puntando sui professionisti di Tel Aviv, sulla comunità finanziaria e degli affari, sugli startupper e sulle classi medie della costa, Lieberman è passato da cinque a otto seggi. E ora cerca di mostrarsi come l'artefice di un vasto governo «laico liberale» che includa, oltre al suo partito, anche Blu e bianco e Likud. Presentandosi, spiega Haaretz, «come un leader intransigente desideroso di battersi per i diritti degli israeliani laici, di fronte a quella che viene percepita come coercizione religiosa».
Non a caso, i suoi manifesti elettorali recitavano, in inglese: «Make Israel Normal Again» (Rendi Israele di nuovo normale). «Quanto potrà essere normale» si chiede in conclusione l'ex ambasciatore Oren, «con il principe dei paradossi come nostro primo ministro?». Ma è bene ricordare che Cicerone dedicò il suo trattatello I paradossi degli stoici proprio a Bruto.       

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