Redazione

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Se il fango dell'enorme accampamento di Idomeni è reale, con 12 mila persone costrette a vivere nelle tende in condizioni di vera emergenza umanitaria e quelle più anziane stipate sui vagoni dei treni per fornire loro un minimo riparo dalle intemperie, un'enorme palude è anche quella in cui si sta muovendo (al di là dell'accordo con la Turchia) la diplomazia della UE, incapace sinora di sbloccare la situazione di stallo venutasi a creare in Grecia.

Uno sconto dalla UE?
Forse anche per questo, ovvero per un velato senso di colpa nei confronti di un Paese che sta ospitando almeno 44 mila profughi, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha recentemente chiesto che venga riconosciuta ad Atene una flessibilità sui conti da parte della UE: "La Grecia sta affrontando una situazione eccezionale", ha dichiarato Schulz, "e quindi ritengo che la parte di bilancio pubblico utilizzato per far fronte a questa situazione non debba essere considerata ai fini del calcolo del deficit e del debito di breve periodo". 

Secondo gli ultimi dati forniti dall'Onu, la Grecia prevede di veder salire fino a 70 mila entro la fine di marzo il numero dei rifugiati presenti sul suo territorio, con il piano presentato dal Governo di Atene all'Unione Europea che mette in conto una spesa di 480 milioni di euro per fornire loro assistenza. Una cifra che rischia ovviamente di mandare in default il bilancio del Paese, la cui strada verso le riforme chieste dalla Troika rimane peraltro costellato di insidiose buche...

Più solidarietà che finanza
A dispetto di ciò, la reazione dei greci - intesi come popolazione - all'esodo in corso è però più all'insegna dell'accoglienza che della finanza. Se l'obiettivo del governo Tsipras è quello di far politicamente leva sulla situazione per avere uno "sconto" dalla UE al momento di tirare le somme, la gente di Atene come delle isole sta infatti dando all'Europa un grande esempio di solidarietà attiva. A certificarlo c'è anche un reportage del New York Times, il cui inviato Jim Yardley ha deciso di percorrere in senso inverso il tragitto dei migranti partendo proprio da Idomeni, il paesino di soli 154 abitanti fatto diventare nel settembre 2015 dalle autorità greche un "centro di transito" in cui sono passati oltre 507 mila migranti seguendo i binari della ferrovia puntati verso l'Austria e la Germania, per poi trasformarsi nella mega-tendopoli di oggi in seguito alla chiusura delle frontiere da parte della Macedonia.

Lo scenario descritto da Yardley è quello immortalato dalle Tv di tutto il mondo e ben etichettato dalle parole di Babar Baloch, portavoce dell'Alto commissarato per i rifugiati dell'Onu: "Inimmaginabile che stia accadendo in Europa". Ma tant'è, con la strada che da Idomeni corre all'indietro verso la Turchia che vede snodarsi una lunga coda di migranti... e di gesti di solidarietà da parte dei greci.

Dagli anziani del Pireo all'alveare di Lesbo
Ci sono le autorità cittadine dell'antica località delle Termopili (più di 300 km a sud di Idomeni) che riaprono un ex-resort finito in malora proprio per la crisi greca, così da ospitare 250 siriani per la maggior parte nuclei familiari. Ci sono gli anziani di Atene - i cui abitanti sono stati messi largamente in ginocchio dalla crisi - che arrivano al porto del Pireo con sporte piene di verdura e altri generi alimentari, incrociando magari la signora Karathanasi, che dopo essere andata in vacanza la scorsa estate sull'isola di Samos e averci trovato con somma sorpresa una moltitudine di profughi che dormivano fuori dalla porta della sua e delle altre case, ha deciso di creare un gruppo facebook per aiutarli scoprendo con altrettanta somma sorpresa che tanti connazionali erano disposti a darle una mano. 

Ci sono infine le spiagge dell'Isola di Lesbo, separata solo da una minuscola striscia di Mar Egeo dalla Turchia, che il giornalista americano definisce "un alveare di gruppi di aiuto e assistenza ai profughi", uno dei quali ha realizzato da zero un campo caopace di ospitare degnamente più di 500 persone. "Qui le spiagge", scrive sempre Jim Yardley, "sono un ingorgo di buone intenzioni". Esattamente quelle che sono a lungo mancate e sotto molti aspetti continuano a mancare a Bruxelles.

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