Esteri

I social hanno davvero favorito Trump?

Google e Facebook tagliano la pubblicità ai siti di bufale e notizie false. La questione tocca un nervo scoperto della nostra epoca

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Per cercare di spiegare l'imprevisto, cioé la vittoria  di  Trump alle elezioni presidenziali americane, Sam Biddle - uno dei più famosi giornalisti 2.0 degli Stati Uniti - aveva  puntato l'indice a caldo (in un articolo pubblicato su The intercept) contro i social network, rei secondo lui di aver dato credito e poi diffuso bufale e notizie palesemente false che hanno contribuito a creare una potente contronarrazione favorevole a Donald Trump. Non che la responsabilità della vittoria del miliardario americano fosse attribuibile in toto a Facebook, era il cuore del ragionamento di Biddle, ma non vi era alcun dubbio secondo il giornalista americano che «c’è una certa responsabilità dei social media nella diffusione di questa marea tossica di disinformazione deliberata e caos non fattuale» che ha favorito Trump.

La risposta all'affondo di Biddle  di  Zuckerberg (noto sostenitore democratico) non si era fatta attendere. Secondo il guru di Menlo Park «Facebook non è una media company» ma una piattaforma sociale incentrata attorno al principio  della neutralità e della condivisione. «Gli americani - aveva tagliato corto Zuckerberg - hanno votato in base all’esperienza vissuta. È folle anche solo pensare che le notizie false, che peraltro rappresentano una quantità davvero modesta di contenuti, abbiano in qualche modo influenzato il voto».  

La  risposta di Zuckerberg in difesa della sua creatura sembrava aver chiuso la questione. Eppure, anche sui media tradizionali, di questo dibattito se n'era continuato a parlare negli Stati Uniti, anche perché oltre il 50 per cento dei cittadini Usa, secondo il rapporto  2015 del Reuters Institute for the study of journalism, risulta informarsi principalmente o esclusivamente attraverso i social network. Non vi sarebbe dubbio, secondo molti commentatori e analisti, che i social ormai esercitino ormai una funzione sociale imprescindibile e legata al diritto-dovere di informare. Se per la stampa tradizionale esistono regole e sanzioni che dovrebbero perlomeno evitare le più clamorose bufale e garantire il diritto all'informazione, per i social qualsiasi tipo di controllo - foss'anche di qualità sui contenuti - è stato vissuto finora come una manifestazione censoria da parte del governo. Insomma: la questione - Trump o meno - tocca uno dei nervi scoperti della nostra epoca. Come se ne esce? Come definire la bufala, condivisa da milioni e milioni di americani, sull'endorsement di Papa Francesco a Trump, diffusa attraverso Facebook? Può aver influenzato gli elettori?

Google, una risposta l'ha data, subito seguito a ruota da Facebook: un nuovo cambio delle policies aziendali che non consentirà più ai siti che diffondono notizie false di avvalersi dei servizi pubblicitari dei due colossi. Dopo l'introduzione del Fact Check da parte di Google (una sorta di etichetta di qualità che ha l'obiettivo di dare maggior visibilità ai contenuti verificati), un taglio alla pubblicità a un certo numero di siti accusati di aver diffuso bufale durante la campagna elettorale. Due misure ex post che non hanno però impedito a Mountain View di prendere comunque una clamorosa cantonata dopo le elezioni (Chi negli Stati Uniti, dopo le elezioni, cercava su Google i risultati finali delle elezioni trovava tra le prime fonti quella di un sito secondo il quale Trump aveva vinto il voto popolare, cioé aveva preso più voti di Hillary).  Ma un principio di risposta c'è stato, foss'anche per tacitare l'ira dei commentatori e degli opinion makers di area democratica.  La prima risposta  a questo problema da parte di Facebook, che travalica anche la questione Trump, fu data grazie a un aggiornamento del 2015 che da allora consente agli utenti di segnalare le bufale. Gli esiti però sono stati pochi.

Ora, con la polemica che monta, Zuckerberg, dopo aver difeso il principio di neutralità della rete, ha diffuso un comunicato per annunciare il taglio, come Google, alla pubblicità ai siti di disinformazione. "In accordo con le policy di Audience Network, non integriamo o mostriamo pubblicità nelle app e nei siti che pubblicano contenuti illegali, ingannevoli o fallaci, incluse le notizie false. Sebbene fosse sottinteso, abbiamo aggiornato la policy per chiarire in modo esplicito che questo vale anche per le notizie false. Il nostro team continuera' ad esaminare attentamente tutti i potenziali editori e a monitorare tutti quelli gia' esistenti per garantirne la conformità, ha spiegato Facebook attraverso un portavoce.



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