Esteri

La Germania e il genocidio (dimenticato) in Namibia

Berlino chiamata in causa a New York dalle popolazioni di Herero e Nama per le atrocità e lo sterminio nel paese africano all'inizio del XX secolo

genocidio Namibia Germania

Eleonora Lorusso

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Per le popolazioni Herero e Nama potrebbe essere giunto il momento della giustizia. Di sicuro le minoranze etniche che vivono in Namibia sono decise a combattere fino all'ultimo e questa volta lo fanno in un'aula di tribunale, a New York, dove si sono presentate il 31 luglio per esporre le proprie ragioni dopo aver denunciato la Germania per il genocidio della loro popolazione tra il 1904 e il 1908.

In 50, rappresentanti delle minoranze della popolazione del paese africano sterminate da soldati e coloni tedeschi a inizio secolo scorso, hanno esposto le proprie ragioni davanti al giudice Laura Tylor Swain. Al termine dell'audizione, durata un'ora, hanno chiesto il riconoscimento del genocidio da parte della Germania (con oltre 100.000 morti) e un risarcimento per le famiglie delle vittime.

Di fronte al fallimento della trattativa diplomatica in corso da tre anni tra Berlino e Windhoek, capitale del africano al confine con Angola, Botswana e Sud Africa, il caso giuridico costringe la Germania ad ammettere una seconda Shoah. O meglio, quelli che secondo gli storici sono stati la prova generale dell'Olocausto e il "primo genocidio del XX secolo", con tanto di esperimenti di genetica e sulla purezza della razza.

Lo sterminio dimenticato

Sono passati 110 anni da quando i coloni tedeschi terminarono uno sterminio di proporzioni immense, ma dimenticato fino a poco tempo fa. Finora la Germania ha tergiversato, evitando di affrontare le questione e soprattutto di ammettere le proprie colpe, limitandosi a proporre un piano di "compensazioni" per le popolazioni della Namibia. I fatti risalgono al 1904: il paese africano, che dalla fine dell'800 era una colonia della Germania (all'epoca Impero), era chiamato "Africa Tedesca del Sud-Ovest".

I soldati tedeschi, insieme ai coloni bianchi, sequestrarono terre e bestiame, compiendo violenze e stupri, schiavizzando la popolazione locale, che in molti casi si era fatta prestare denaro ad interessi così alti da non poter onorare il debito e che dunque perdeva i propri beni insieme alla libertà.

Nel 1904 la tribù degli Herero, di fronte alla violazione sistematica di accordi che avrebbero dovuto garantirle sicurezza e incolumità, si ribellò e alla rivolta si unì anche il popolo Nama. Attaccarono a sorpresa i tedeschi, uccidendo oltre 100 civili e scatenando una sanguinosa reazione, affidata a Lothar von Trotha.

Si trattava dello stesso generale che aveva già sedato le rivolte nell'altra colonia tedesca nell'Africa Orientale e in Cina, dove era stato distaccato temporaneamente e aveva represso la ribellione dei Boxer. Forte di 14mila uomini dell'esercito, von Trotha in Namibia non si limitò alle armi, ma ricorse anche all'avvelenamento dei pozzi d'acqua, decimando per fame e sete la popolazione civile. Con il Vernichtungsbefehl, ordine di sterminio, arrivò a uccidere dai 3.000 ai 5.000 Herero in una sola battaglia, a Waterberger, dando poi ordine ai soldati di aprire il fuoco contro tutti gli Herero, "con o senza fucile, con o senza bestiame", senza esitare a sparare neppure su donne e bambini.

Le prove generali dell'Olocausto nazista

Vennero creati campi di concentramento come quello su Shark Island, ufficialmente per dare "sistemazione temporanea" a "ciò che rimaneva del popolo Herero", in realtà usando gli abitanti come manodopera gratuita per aziende pubbliche e private. Alcuni diventarono cavie umane per gli esperimenti medici di Eugene Fischer, uno scienziato tedesco che condusse studi sulla "razza" e sperimentò la sterilizzazione e l'inoculazione di malattie come vaiolo, tifo e tubercolosi su donne e bambini. Tra gli allievi di Fischer, diventato poi rettore all'Università di Berlino, ci fu Josef Mengele, che in seguito condusse esperimenti genetici sui bambini prigionieri ad Auschwitz.

Si calcola che dopo 4 anni, nel 1908, le vittime complessive furono oltre 100.000. Per questo, secondo molti storici, si trattò delle prove generali in vista del successivo Olocausto nazista.

L'Onu e il riconoscimento del genocidio

Solo un migliaio di profughi riuscì a fuggire nel territorio britannico del Bechanaland, trovando asilo politico.

Sono dovuti passare decenni perché quanto accaduto in Namibia ottenesse il riconoscimento di "genocidio", inteso come sterminio di una popolazione intera, che arrivò solo nel 1985 da parte delle Nazioni Unite, che parlarono proprio di "primo genocidio del XX secolo". I discendenti degli Herero e dei Nama, secondo il New York Times, sono ricordati tuttora nel cimitero di Waterberg con una semplice placca metallica cumulativa, mentre c'è una lapide per ogni soldato tedesco morto nella battaglia.

Chiesero dunque giustizia e solo 2004 la Germania ha dichiarato di accettare "la responsabilità storica e morale". Nessun risarcimento, però, per i familiari dei pochi sopravvissuti, che dal 2015 hanno avviato una vera battaglia legale in America.

La Germania denunciata a New York

Dopo aver sistematicamente rifiutato la definizione di "genocidio", tre anni fa il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier ha firmato un documento in cui ci si riferisce ai fatti del 1904-1908 come "crimini di guerra e genocidio". Ma Herero e Nama chiedono anche una riparazione economica che Berlino ha finora negato.

Le tribù, che oggi vivono in riserve, hanno così denunciato lo Stato federale tedesco alla corte di New York per poter partecipare ai negoziati avviati dal governo di Berlino con quello di Windhoek che, in mano a un'altra etnia, non ha interesse a portare avanti la battaglia delle minoranze Herero e Nama e preferisce ricevere finanziamenti generici per lo Stato della Namibia da quello tedesco.

I discendenti delle popolazioni decimate, invece, hanno fatto ricorso all'Alien Tort Statute, che permette ai cittadini stranieri di intentare una causa negli Usa per reati commessi al di fuori del territorio statunitense, in violazione dei diritti umani.

Cosa offre la Germania

Berlino, tramite il negoziatore Ruprecht Polenz, vorrebbe "organizzare progetti specifici nei territori degli Herero e Nama in quattro aree differenti", come riporta il Deutsche Welle. Si tratta di formazione professionale, rifornimento elettrico, alloggi a prezzo accessibile e una riforma della terra. Troppo poco per le tribù, che chiedono indennizzi per le famiglie vittime di stragi, ritenendo il programma tedesco un modo per non assumersi le proprie responsabilità.

Il procedimento americano

Ora le parti sono state convocate a New York. Il rappresentante di Berlino ha cercato di far leva sull'immunità di Stato, che impedisce che una Nazione sia oggetto di decisioni di un tribunale di un altro Stato. Il problema è che questa clausola sembra non possa essere applicata nei casi di genocidio. La Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2013 ha stabilito, infatti, che l'Alien Tort Statute non si applica ai crimini commessi fuori dagli Stati Uniti a meno che non li "coinvolgano e interessino".

Secondo il difensore delle popolazioni della Namibia che hanno presentato denuncia, però, è possibile che il tribunale di New York decida che la legge possa essere applicata in caso di genocidi in paesi stranieri. Questo spiegherebbe perché la posizione della Germania è sempre stata quella di tentare di sostituire la parola "genocidio" con "atrocità", fatto anche dall'ambasciatore tedesco in Namibia qualche mese fa.

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