Esteri

Cosa ci insegna la vicenda di Gabriele del Grande

Quanto accaduto al giornalista free lance non riguarda solo la Turchia e la libertà di stampa, ma la definizione stessa di "giornalismo"

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Alessandro Turci

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La vicenda di Gabriele Del Grande non riguarda solo la Turchia e la libertà di stampa: riguarda l’Italia odierna e investe il ruolo e la definizione stessa di giornalismo.
Del Grande è un cane sciolto. Non è un pubblicista. Non è un giornalista professionista. È un "fuori casta". Eppure adesso gli si dedicano prime pagine e il sindacato dei giornalisti si mobilità per lui.


Perchè è importante - Con il suo status di apolide, di non membro della famiglia del giornalismo italiano, questo blogger (spesso sinonimo di giornalista fai-da-te) o documentarista (altra parola misteriosa) rappresenta oggi una coraggiosa espressione d’indipendenza e pluralismo dal basso per questo paese. La sua situazione è quindi un invito a guardarsi allo specchio.

Del Grande è la dimostrazione che un giornalista esiste nonostante i giornali, o meglio a prescindere dagli editori ai quali spetta il compito di veicolarne la voce. Insegna a tutti come committenza e mainstream siano troppo interdipendenti: lo stesso documentario “Io sto con la sposa” mostrato a Venezia e arrivato ai David di Donatello è stato totalmente autoprodotto grazie al crowdfunding.

Insegna insomma a non arrendersi, tacendo le verità che si crede vadano dette, e non raccontando le storie che si pensa valga la pena di essere raccontate.

Il significato di "Coraggio"
Ne “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee uno dei protagonisti dice al figlio: “Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.”

L’Italia ha un disperato bisogno di voci fuori dal coro, specie per lavare la vergognosa pagina che riguardò un'altra figura indipendente, Giulio Regeni, il quale si vide rifiutato in vita dal Manifesto un breve articolo sui sindacati egiziani che poi fu invece pubblicato, nei giorni della sua morte, addirittura con lo status di collaboratore in prima pagina.

Se il martirio di Giulio Regeni non era una ragione sufficiente a farlo ammettere con ipocrisia nei ranghi del giornalismo ufficiale, la prigionia di Del Grande è un richiamo alla drammatica situazione dei diritti civili in Turchia ma anche al sistema dell’informazione italiana affinché – nell’era digitale - riconosca e difenda sempre più la voce dei giornalisti senza editori per ciò che essa autenticamente è: voce indipendente, stimolante e libera. Come speriamo sia presto libera la persona.


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