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Esteri

Guerra all’ISIS, ferito il Califfo Al Baghdadi 

Il Pentagono intensifica i raid aerei e durante un attacco aereo a Mosul è stato colpito il leader dello Stato islamico

Barack Obama, dopo la débacle patita al Senato, dove i democratici sono stati messi in minoranza e hanno perso il controllo del Congresso, è passato al contrattacco. E, per farlo, ha scelto il terreno della politica estera e, in particolare, la lotta allo Stato Islamico. Il presidente ha, infatti, ordinato l’invio di altri 1.500 uomini in Iraq e dato ordine di infierire pesantemente sui miliziani sunniti che hanno occupato vaste zone di questo Paese e della Siria. 

Ordini che sono giunti a destinazione e che hanno dato luogo anche alla notizia, ancora tutta da verificare, che i bombardieri statunitensi avrebbero colpito e distrutto un convoglio di miliziani con a bordo il Califfo stesso, Abu Bakr Al Baghdadi, il quale sarebbe stato ferito in maniera grave, mentre il suo vice e numero due del Califfato, Abu Muslim Al Turkmani, sarebbe deceduto.

Il perché di questa ennesima virata di Barack Obama sulla guerra in Medio Oriente è presto detto. I repubblicani, durante la campagna elettorale per le elezioni di mid-term, avevano minacciato che, una volta conquistato il Senato, avrebbero poi chiesto e ottenuto un invio massiccio di truppe di terra in Iraq, esautorando de facto il presidente e sfilandogli il merito della vittoria, quando lo Stato Islamico sarà sconfitto.

Il senatore repubblicano John McCain, suo sfidante nella corsa al primo mandato alla Casa Bianca nel 2008 (e dal forte ascendente sul GOP, il Grand Old Party), in questi giorni aveva sferzato il presidente con parole dure: “Lui è stato il capo della Casa Bianca più debole sul tema della sicurezza nazionale che abbia mai visto in tutta la mia vita. Per voler mantenere una promessa elettorale, ha ordinato il ritiro completo dall’Iraq nonostante il Paese non fosse pronto”. 

McCain in quell’occasione ha descritto la ricetta del GOP per vincere la guerra: “Occorre continuare gli attacchi aerei e mettere sul terreno 10 o 15mila uomini delle forze speciali, armare direttamente i peshmerga curdi, rafforzare l'opposizione siriana, e andare finalmente contro Assad in maniera seria”.


La seconda fase del conflitto

Obama, capita l’antifona, ha fatto in parte suo quel programma e ieri ha ordinato l’invio di un migliaio di “advisers” ovvero di consiglieri militari, per aiutare le truppe irachene e curde a sconfiggere le agguerrite forze dello Stato Islamico. Durante un’intervista concessa all’emittente CBS, il presidente ha così annunciato la “nuova fase del conflitto”, la seconda. 

La “prima fase” era consistita nella formazione di una coalizione internazionale e nel contemporaneo martellamento di bombe sulle principali postazioni dei miliziani in Iraq e Siria. Bombardamenti che, secondo il Pentagono e lo stesso Obama, sono stati “molto efficaci nel diminuire le capacità offensive di IS e rallentare la loro avanzata”. Ma, soprattutto, la prima fase era orientata alla formazione di un governo iracheno “inclusivo e credibile” che fosse capace di portare il Paese fuori dalla crisi istituzionale (su questo punto, la tenuta del governo di Haydar Al Abadi è ancora tutta da verificare).

La “seconda fase”, invece, quella in cui ci troviamo adesso, consisterà nello schieramento progressivo di truppe di terra irachene e curde, già addestrate o in fase di addestramento da parte degli advisers americani, per poi “passare all’attacco e respingere” forse definitivamente gli uomini di Al Baghdadi. Poco si sa, invece, delle truppe speciali iraniane di cui Obama avrebbe discusso nella sua missiva inviata a inizio ottobre all’Ayatollah Ali Khamenei.


Ferito Al Baghdadi e ucciso il numero due del Califfato

La sconfitta dello Stato Islamico è a portata di mano? È quello che sperano oggi alla Casa Bianca. Il Pentagono, che riferisce ogni mattina al presidente, afferma di aver intercettato in queste settimane numerose comunicazioni radio in cui i miliziani sunniti lamentavano un calo dei consensi e del morale, proprio a causa dei bombardamenti aerei, che starebbero rendendo vani gli sforzi dell’IS in tutti i teatri di battaglia e scoraggiando le truppe.

L’addestramento degli ufficiali iracheni da parte degli advisers starebbe funzionando bene, se è vero che, con un’incursione via terra e con il supporto degli elicotteri, l’esercito iracheno ha già conquistato questo fine settimana larga parte di Baji, città nel nord dell’Iraq, dove si trova un’importantissima raffineria, cruciale per gli interessi commerciali dell’IS, che presto potrebbe passare sotto il definitivo controllo dei regolari.

Ma sono le parole del ministro della Difesa iracheno, Khalid al-Obeidi, a far ben sperare circa gli esiti della guerra. Venerdì sera, infatti, il ministro ha annunciato su Facebook: “Abbiamo conferma che Abu Bakr Al Baghdadi  è stato ferito durante un raid aereo delle forze alleate, intorno alla città di Mosul”.  Non solo, al-Obeidi ha poi aggiunto: “Confermiamo la morte del suo vice, Abu-Muslim Al Turkmani”, ovvero il numero due del Califfato

Se queste notizie fossero vere, sarebbe un duro colpo per la leadership dello Stato Islamico, forse quello definitivo. La morte di Al Turkmani, in particolare, la figura più importante dopo il Califfo stesso, segnerebbe infatti un primo spartiacque nella gestione delle operazioni belliche dell’IS. 

Esperto militare iracheno, Al Turkmani proviene dai ranghi dei baathisti. Non si conosce l’esatta data di nascita, ma ha servito sotto Saddam Hussein come generale dell’esercito, come membro della guardia repubblicana (nelle forze speciali del palazzo presidenziale) e ha militato anche nella disciolta Istikhbarat, l’intelligence militare di Baghdad sino al 2003. 

Come Al Baghdadi, anche Al Turkmani è stato imprigionato a Camp Bucca, il discusso carcere iracheno sotto il controllo americano durante l’invasione che depose il regime di Saddam. Oggi è lui il governatore delle province irachene finite sotto il controllo dello Stato Islamico ed è a capo delle operazioni militari in Iraq.


Dubbi sulle dinamiche 

In realtà, secondo l’intelligence irachena, il convoglio che trasportava i due leader sarebbe stato colpito a 460 km di distanza da Mosul, nella provincia di Al Anbar, durante un meeting nella città di Qaim. Lo riferiscono fonti del ministero degli interni. 

Ad ogni modo, basterà attendere un nuovo video dall’IS, che ci ha abituati ormai alla spettacolarizzazione della guerra, per avere conferma o smentita della notizia, e magari ci troveremo un’apparizione del leader. Intanto, il portavoce dell’IS, Abu Mohammed al-Adnani, ha diramato una nota in cui effettivamente si conferma la notizia: “Il Califfo Ibrahim è stato ferito ma è in buone condizioni”. 

Ma il punto è che il Pentagono e la Casa Bianca si mostrano molto più ottimisti sulla guerra al Califfato e, forse, potrebbero anche rivedere i propri calcoli, che vorrebbero l’IS sconfitto nel giro di tre anni.

È presto per fare previsioni, ma la guerra in Medio Oriente sta certamente conoscendo una nuova escalation. Resta da vedere cosa succederà in Siria, dove Bashar Al Assad gode ancora della protezione della Russia di Vladimir Putin.



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