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Egitto, la condanna a morte di Morsi e la vendetta dei Fratelli Musulmani

Le frange estremiste rappresentano il principale problema per il governo del Cairo. Ma Al Sisi non è intenzionato a fare concessioni

Moschea Distrutta

Detriti della moschea di al-Rabaa Adaweya a Nasr City, Cairo, 15 Agosto 2013 – Credits: Ed Giles /Getty Images

di Marta Pranzetti per LOOKOUT NEWS

Il prossimo 2 giugno sapremo se Mohamed Morsi passerà alla storia come il primo presidente egiziano a essere condannato a morte. È attesa infatti tra due settimane la sentenza definitiva da parte del Gran Mufti d’Egitto sul caso Morsi, condannato il 16 maggio dal tribunale penale del Cairo per l’accusa di evasione, terrorismo e spionaggio, insieme a un centinaio di membri della Fratellanza, tra cui la Guida Suprema del movimento Mohamed Badie, l’ex presidente del parlamento Saad Al-Katatni e il noto predicatore naturalizzato qatarino Yusuf Al-Qaradawi.

 Una mossa che in molti considerano equivalente a un “suicidio politico” per il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che rischia così di innescare tra i suoi oppositori una tale reazione da rafforzare proprio coloro che il governo da mesi sta tentando di indebolire non solo con le repressioni di piazza ma anche nei tribunali con pene severe e condanne a morte.

 

Gli islamisti promettono vendetta
Nelle ore immediatamente successive alla sentenza contro Morsi, il ministero dell’Interno ha decretato lo stato di allerta nelle principali aree di “resistenza” islamista. Il braccio politico dei Fratelli Musulmani, l’ormai defunto Partito di Libertà e Giustizia, non ha perso tempo a promettere vendetta. Nel turbolento quartiere di Matariya, come anche a Fayoum e a Menufiya, sono state organizzate proteste che in alcuni distretti sono poi degenerate in scontri aperti con le forze dell’ordine.

 

Il 16 maggio, nel Sinai, lungo la strada che collega Al Arish a Rafah, tre giudici sono stati uccisi in un’esplosione, a poche ore dal verdetto. Al Cairo in un tentato attacco contro un giudice sono state incendiate diverse auto, mentre l’Associazione dei giudici egiziani ha invocato d’urgenza una conferenza per far fronte all’elevato livello di allarme. Nel frattempo, il ministero della Giustizia ha disposto il trasferimento temporaneo del tribunale del Nord del Sinai a Ismailiya per ragioni di sicurezza.

Nel 2015 eseguite 12 condanne a morte

Secondo diversi analisti, la “guerra totale” che il presidente Al Sisi sta portando avanti contro gli islamisti potrebbe ritorcersi contro il suo governo, non solo sul piano della sicurezza e della stabilità nazionale ma anche su quello della politica interna e della diplomazia internazionale. Da più fronti sono infatti giunte le critiche relative sia alla condanna dell’ex presidente Morsi (le prove che lo inchiodano per l’evasione dalla prigione di Wadi El-Natroun sarebbero alquanto controverse) sia per l’esecuzione di sei presunti terroristi giustiziati domenica 17 maggio.

 

Ieri, sei membri della cellula jihadista di Arab Sharkas (dal nome della località situata nella provincia di Qaliubiya, dove i presunti terroristi operavano) sono stati impiccati dopo la sentenza di morte emessa dalla Corte militare suprema nell’ottobre del 2014. I terroristi erano accusati di aver ucciso dei militari. ONG e altre organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato irregolarità nel corso del processo.

 

Prima di queste esecuzioni, il 7 marzo un uomo era stato giustiziato ad Alessandria e il 26 aprile era toccato ad altri cinque ad Assiut. Sempre nella giornata del 17 maggio è stato rimandato al 31 maggio il processo alla cosiddetta “cellula di Al-Zawahiri”. I suoi membri, tra cui figura il fratello del leader di Al Qaeda, Mohamed Al-Zawahiri, sono accusati di legami con l’organizzazione terroristica internazionale e di aver organizzato attentati nel Paese.

 

Oltre a questi, vi sono diversi altri processi che vedono imputati presunti membri di cellule terroristiche, tutte di matrice islamista: gli jihadisti di Tanta, i movimenti affiliati ad Ansar Beyt al-Maqdis, alle Brigate di Ansar Al-Sharia e ad Ajnad Misr, ma anche gruppi di tifosi delle squadre di calcio etichettati come “cellule terroristiche”.

 

Il destino di Al Sisi
Il partito islamista moderato Egitto Forte (Misr al-Qawia) in questi giorni ha espresso critiche sulla crescente repressione contro gli islamisti esercitata dal governo di Al Sisi e mascherata con l’esigenza di ripristinare l’ordine e la sicurezza nel Paese. Il partito ha puntato il dito contro “l’estremismo delle condanne contro gli oppositori politici del regime”, denunciando la mancanza di prove, di testimoni e di processi regolari ed equiparando la presidenza di Al Sisi ai regimi di Saddam Hussein, Muammar Gheddafi e Bashar Assad.

La svolta autoritaria di Al Sisi rimanda per diversi aspetti all’era del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, noto per la feroce repressione dei movimenti di opposizione (in particolare islamisti) e sotto la cui presidenza venne eseguita la contestata sentenza di morte del predicatore Sayd Qutb, membro e ideologo dei Fratelli Musulmani. Morsi non è certo equiparabile a Qutb per peso ideologico e teorico, ma è indubbiamente il simbolo della rinnovata spinta islamista egiziana e ha dimostrato in più occasioni di saper radunare le masse contro il governo.

 Al Sisi dovrà non solo guardarsi dal suo “progetto eversivo islamista”, ma presto potrebbe dover pensare anche alla sua sicurezza personale e alla sua sopravvivenza. La fine che hanno fatto i suoi predecessori, d’altronde, non è di buon auspicio: nel 1954 il presidente Nasser subì un tentato attentato imputato a membri della Fratellanza, mentre nel 1981 il presidente Anwar Sadat venne assassinato per mano del gruppo Egyptian Islamic Jihad.

 

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