Dove vuole andare Marine Le Pen

La rimozione del padre-padrone e l’ascesa del nuovo guru globale, Steve Bannon. Ecco la ricetta per il nuovo Front National

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La leader del Front National, Marine Le Pen - 11 marzo 2018 – Credits: Sylvain Lefevre/Getty Images

Alessandro Turci

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Maggioranza bulgara, si diceva una volta. Eppure questa volta siamo in Francia, dove MLP (al secolo Marine Le Pen) è stata rieletta Presidente del Front National col 100% dei voti. Una grande investitura personale, anche se era l’unica candidata, dal momento che il voto sul cambio di statuto si è fermato al 79,9% di favorevoli. Tuttavia la strada nuova è tracciata.

Lo sguardo sull'Italia

Cosa ha in mente Marine Le Pen, ora che sta "rifondando" il suo Front National? Guarda molto all’Italia, il laboratorio politico più vicino al confine francese, con il recente voto del 4 marzo e le sue ricadute, o vette che dir si voglia, sovraniste.

Con una comparazione forse un po’ troppo lusinghiera, MLP ha annunciato alla sua platea la caduta del Macron italiano (si legga Matteo Renzi) per colpa di leso europeismo. Quest’analisi le è servita per mettere in testa all’agenda del Front National la riforma del sistema elettorale francese in senso proporzionale.

MLP guarda più alla rappresentanza che alla governabilità e s’iscrive al club, ristrettissimo immaginiamo, degli ammiratori della legge elettorale italiana, nata appunto dal seno di quel partito europeista, il PD, che gli elettori hanno punito nelle urne. Contraddizioni si dirà, ma certo la fisionomia del FN è destinata a cambiare, non solo a partire dal nome.

IL NOME

Gli iscritti saranno chiamati ad esprimersi sul nuovo nome: Rassemblement National. Traducibile con "Unione", se le parole sono importanti, e lo sono, ecco ancora l’eco italiana di un disegno sì proporzionale, ma in un’evidente logica di alleanza. MLP guarda anche all’Austria e al risultato del Fpoe e insomma disegna, in quello che appare il suo ultimo mandato senza se e senza ma alla guida della destra francese, la strada per arrivare se non all’Eliseo, almeno all’Assemblea Nazionale come forza d’urto.

IL MESSAGGIO POLITICO

Il messaggio è semplice: basta opposizione. È tempo di agire dentro la stanza dei bottoni. D’altronde se Matteo Salvini si sta avvicinando ad essa ma non ce l’ha ancora fatta, Steve Bannon, il falco dell’ultra destra made in USA, ce l’ha fatta eccome. È vero che poi è stato defenestrato, sacrificato da Donald Trump sull’indignazione per i fatti razziali di Charlottesville, ed è vero che anche il sito web di Breitbart sembra ora voltargli ora le spalle, ma comunque rimane lui il faro del sovranismo globale.

E proprio Steve Bannon, ex stratega di Trump e della Casa Bianca (scusate se è poco) ha avuto dal palco di Lille, dove si teneva il congresso-investitura di MLP, parole di fuoco. Ha parlato come l’eroe dei due mondi unendo i sovranismi delle due sponde dell’Atlantico (un must della narrazione rivoluzionaria storica che lega il 1776 americano al 1789 francese), e chiamando in corteo Italia e Ungheria. L’ora della casta è suonata e i movimenti orgogliosamente populisti devono unirsi, questo dice Bannon che Le Pen non può (ancora) dire, per dare la spallata all’establishment tecnocratico che fa capo alle varie Washington e Bruxelles.

LA RINCORSA AL POTERE

Per un Jean-Marie Le Pen che esce definitamente dal partito da lui creato nel 1972 e portato al ballottaggio presidenziale per la prima volta nel 2002, entra il Bannon pensiero. Abolendo la carica di Presidente onorario i delegati hanno deciso di chiudere definitivamente la faida familiare in favore di Marine, ma non sarà facile intraprendere la nuova strada.

Il nome Rassemblement National sembra già opzionato da altri, e quello che doveva nascere come un grido iconico per radunare il popolo francese rischia di arenarsi in una stucchevole battaglia legale. Tra vecchio e nuovo, e nel cuore il fantastico Rosatellum (sic!), MLP inizia l’ennesima rincorsa al potere.

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