Esteri

Dittature del proletariato in Centro e Sud America: intervista a Sergio Ramírez

Lo scrittore nicaraguense, ex combattente sandinista che negli anni Ottanta fu anche vicepresidente di Daniel Ortega, spiega a Panorama la débâcle dei caudillos latino-americani. Che hanno un grande problema: non essere mai riusciti a superare il modello della dittatura cubana

Sergio Ramírez

Paolo Manzo

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"Come scrittore ho a disposizione due finestre, una dell’immaginazione, un’altra, invece, che guarda alla realtà. Io mi avvalgo di entrambe per denunciare ciò che accade in America latina su cui, molto spesso, non sono d’accordo. Noi intellettuali abbiamo un ruolo, la mia voce è ascoltata e per questo mi sento in dovere di parlare". Il nicaraguense Sergio Ramírez ha appena vinto il Cervantes, il premio più prestigioso della letteratura spagnola (è il primo centroamericano a essere insignito da Madrid di tale onorificenza) e Panorama lo ha intervistato appena rientrato a Managua per capire cosa stia accadendo in Centro e Sud America dove, lo scorso 19 aprile, il regime di Daniel Ortega ha sparato sugli studenti, uccidendone una sessantina e ferendone centinaia mentre una quindicina sono ancora desaparecidos.

Prima di assurgere al gotha della letteratura, Sergio Ramírez è stato un combattente sandinista e, tra il 1986 e il 1990, anche vicepresidente di quell’Ortega che oggi lui stesso non esita a definire un "dittatore".

Lei fu tra i primi a distanziarsi da Ortega, oltre 20 anni fa.
"Ruppi con Ortega negli anni Novanta, non appena mi resi conto del carattere dittatoriale del suo progetto di potere. Ho sempre sognato un Nicaragua libero e democratico, non ho mai creduto nel caudillismo né nella rielezione. Questo ha creato enormi problemi non solo a me, ma a una grande quantità di compagni con cui poi, ho fondato il Mrs, il Movimento Rinnovatore Sandinista, perché non appoggiavamo la deriva autoritaria di Ortega, oggi sotto gli occhi di tutti".

Com’è possibile che la sinistra latinoamericana sia caduta così in basso, con Nicolás Maduro che indice elezioni dove in pratica è il solo candidato avendo fatto arrestare tutti gli altri e il sandinista Ortega che fa sparare sugli studenti?
"Il grande problema della sinistra populista latinoamericana è il non avere superato il modello della dittatura cubana, con annessa idolatria verso miti come Che Guevara. Purtroppo ci vorranno ancora molti anni prima che questo approccio venga superato. La retorica di sinistra dietro la quale si sono nascosti per anni molti governanti latinoamericani è un cancro. Se penso all’attuale situazione economica questi signori non hanno cambiato nulla. Oggi per esempio, dopo 12 anni di Ortega, il 40 per cento della popolazione qui in Nicaragua continua a guadagnare meno di 2 dollari al giorno, mentre il 70 per cento sopravvive solo grazie al lavoro nero. Cambi strutturali non ce ne sono stati, per cui di che sinistra stiamo parlando? Per me la sinistra non può togliere la voce alla maggioranza, non può imporsi come monopolio politico, perché in tal caso non si distingue in nulla dal fascismo".

Che cosa deve imparare la sinistra populista da fallimenti come quelli di Nicaragua e Venezuela, ma anche del Brasile, dove Lula è finito in carcere per corruzione e la sua Odebrecht ha pagato tangenti miliardarie ovunque nel continente?
"Che è finita l’epoca dei populismi e del mito della rivoluzione armata, che non ci sono colpi di stato militari di sinistra fattibili perché reprimere con la forza il popolo è quanto meno di sinistra si possa immaginare e che la corruzione come strumento per rafforzare il proprio potere è in realtà un cancro. Se dapprima sembra rafforzarti alla lunga ti uccide. I danni fatti dalle tangenti milionarie della multinazionale brasiliana Odebrecht quando Lula era alla presidenza, per esempio, oggi sono sotto gli occhi di tutti e hanno fatto finire in carcere presidenti e vicepresidenti di molti Paesi latinoamericani presumibilmente 'di sinistra'".

A Cuba Raúl Castro ha lasciato la presidenza e qualcuno ha parlato di cambiamento storico.
"Quel qualcuno sbaglia, perché non si può dire che per ora ci sia stato un cambiamento all’Avana dove il governo continua a essere autoritario e a incarcerare i dissidenti".

Come giudica l’alleanza tra il Venezuela di Maduro e il Nicaragua di Ortega?
"Un disastro totale, che ha ottenuto un unico risultato: consentire al dittatore di Managua di distribuire mance e sussidi in cambio del voto. E una volta finiti i soldi di Caracas, la protesta è esplosa. Se Ortega seguirà la via venezuelana, si allungherà la scia di sangue e più gente sarà costretta all’esilio. Spero non accada, sono stanco di vedere la mia gente massacrata".

C’è un esempio positivo di un Paese sudamericano uscito dall’autoritarismo della sinistra populista?
"L’Ecuador di Lenin Moreno che, con un referendum composto dasette domande, è riuscito a impedire la rielezione presidenziale e a evitare che politici indagati per corruzione potessero candidarsi. Rafael Correa, da buon leader autoritario e populista, pensava che il suo ex vicepresidente Lenín Moreno si limitasse a scaldargli la sedia in attesa di un suo ritorno. Invece si è sbagliato di grosso e, senza violenza né spargimento di sangue, in Ecuador oggi il caudillismo è stato sconfitto. La speranza è che il mio Nicaragua e tutti gli altri Paesi latinoamericani governati da caudillos ne seguano l’esempio".

Quanti studenti ha fatto uccidere Ortega?
"Riguardo al massacro dello scorso 19 aprile, le cifre non sono ufficiali perché il Governo nasconde la verità, ma si va da un minimo di 43 a un massimo di oltre 60 morti. Inoltre la repressione è ricominciata di nuovo domenica 6 maggio, contro gli studenti ma anche contro la popolazione in generale, quando per l’ennesima volta le truppe antisommossa di Ortega hanno represso la popolazione di Niquinohomo, Catarina e nel quartiere di Monimbó di Masaya, un feudo tradizionale del sandinismo storico".

Come analizza la situazione del suo Paese?
"La situazione è simile a quella in Venezuela un anno e mezzo fa, con il governo di Caracas che chiamava al dialogo mentre continuava a reprimere, e la Chiesa come mediatrice, fatto salvo poi defilarsi quando ha compreso la manipolazione di Maduro. La differenza è che, nonostante il Venezuela sia al fallimento, rimane rispetto al Nicaragua un Paese molto grande, con ancora molte risorse a disposizione a cominciare dalle maggiori riserve mondiali di petrolio. Noi, invece, abbiamo un’economia estremamente fragile. La nostra situazione può collassare molto rapidamente. Quanto al dialogo mediato dall’alta gerarchia della Chiesa cattolica, non credo che possa dare frutti. Perché la gente vuole solo che cambi il regime e che Ortega e sua moglie Rosario Murillo se ne vadano a casa.

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In America latina è chiara la divisione tra i Paesi che fanno riforme per migliorare il capitalismo esistente e quelli che puntano sul comunismo. Si va così dal boom di Panama (5,6 per cento del Pil) al crollo del Venezuela (-50 per cento del Pil dal 2014). Per il 2018 il Fmi stima nella regione un+2 per cento.

Venezuela

Dopo la truffa del 20 maggio, che ha riconfermato il caudillo Nicolás Maduro presidente sino al 2025, la speranza dei venezuelani è finita. Ai 4 milioni già emigrati nell’ultimo biennio, quest’anno dovrebbero aggiungersene almeno atri 5 milioni. Oggi il reddito pro capite al cambio nero (l’unico valido, essendo l’inflazione al 15 mila per cento) è pari a 36 euro l’anno, mentre per vivere a Caracas ne sono necessari almeno 100 al mese. Situazione insostenibile, che dovrebbe portare alla caduta della revolución chavista molto prima del 2025, anche perché già ora nel Paese ci sono in media 80 "proteste per fame" al giorno Per l’Onu l’87 per cento degli abitanti vive in condizione di povertà.

Nicaragua

Dopo una crescita sostenuta del Pil (+4,8 per cento medio dal 2016), che non è però stata redistribuita alle classi più povere, Daniel Ortega ha le ore contate. Negli 11 anni in cui è stato al potere, ha perseguitato l’opposizione, trasformando il Paese in una satrapia e imponendo sua moglie alla vicepresidenza. Ma ora le donazioni petrolifere venezuelane si sono esaurite e a Ortega, complice polizia e milizie chaviste, dal 19 aprile scorso non resta che la repressione. Il popolo è esasperato perché, con un reddito pro capite di 1.832 euro l’anno, non può continuare a sacrificarsi per i lussi sfrenati e la corruzione del caudillo della revolución sandinista.

Brasile

Tra 2014 e 2016, il suo Pil era crollato del 10 per cento. Dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, si attendevano riforme improrogabili dal suo successore, Michel Temer. Ma invece di farle, il presidente è stato indagato per tangenti: a scadenza mandato, nel 2019, potrebbe finire in carcere come Lula. L’ex presidente è detenuto per episodi di corruzione senza precedenti, implementati via Petrobras e Odebrecht quand’era un intoccabile al potere (2003-2010). Dopo quasi 20 anni di sinistra al potere, oggi il 70 per cento della popolazione guadagna 220 euro al mese, in un Paese dove il costo della vita è simile a quello italiano.

Ecuador

Con un reddito medio pari a 5.081 euro l’anno e una economia dollarizzata al 100 per cento, dopo una crisi tremenda nel 2016 il Paese ha bocciato la revolución ciudadana di Rafael Correa, che imitava in toto il chavismo. Il presidente succeduto al caudillo, Lenín Moreno, ha sorpreso il mondo perché, pur essendo del suo stesso partito, ha consentito che l’inchiesta per le tangenti Odebrecht portasse in carcere l’ex vice di Correa, Jorge Glas, e proposto un referendum con cui, a grandissima maggioranza, gli ecuadoriani hanno tolto la rielezione perpetua sognata da Correa.


(Articolo pubblicato sul n° 23 di Panorama in edicola dal 24 maggio 2018 con il titolo di "Fino alla sconfitta siempre")

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