Esteri

Quando i cubani si divertivano con gli yankee

Giorgio Oldrini, che negli anni 70 era corrispondente da Cuba, racconta la prima visita di un gruppo di imprenditori Usa sull'isola

oldrini cuba

di Giorgio Oldrini*

La prima visita di una certa importanza di nordamericani a Cuba di cui io abbia notizia avvenne nel novembre del 1975. Ero arrivato da pochi mesi all’Avana come corrispondete dell’Unità e un giorno ci avvisarono che erano giunti una ventina di imprenditori statunitensi, più un oscuro rappresentante politico. Gli “yankee” si muovevano con curiosità e circospezione per la città, come aspettandosi da un momento all’altro un assalto di guerriglieri. I cubani giocarono con loro. L’incontro pubblico, con tanto di presenza di giornalisti, avvenne nell’enorme salone di gala dell’hotel Habana Libre, quello che fino alla Rivoluzione e alla nazionalizzazione era stato l’Habana Hilton. E il capo della delegazione del governo rivoluzionario era Carlos Rafael Rodriguez, in quel momento il numero tre della gerarchia, dopo i fratelli Castro. I nordamericani si aspettavano di parlare all’Avana con rudi e ignoranti guerriglieri, e si trovarono un signore sempre elegante, con un pizzetto alla D’Artagnan, che amava discutere di estetica crociana. Si erano portati un loro interprete e il clima cambiò quando durante il suo discorso di benvenuto, a un certo punto Carlos Rafael si fermò e corresse la traduzione in inglese delle sue parole che quello faceva.  

Yankee coraggiosi

Probabilmente quegli “yankee”, a loro modo coraggiosi, erano arrivati all’Avana dopo avere ascoltato Radio Martì, l’emittente che da Miami bombardava per ore l’isola. Era teoricamente proibita, ma tutti l’ascoltavano. Non tanto per le notizie di inesistenti ribellioni in varie parti dell’isola che tutti constatavano false, ma perché due volte la settimana trasmetteva il programma I nuovi prodotti entrati nel mercato degli Stati Uniti. E a un popolo che faticava a trovare la carne si raccontava con dovizia di particolari di quell’affettatrice elettrica che tagliava le bistecche alla misura “che vuoi tu”, o a chi aspettava per ore il bus, la ”guagua”, si favoleggiava dell’ultimo modello di auto che sfrecciava a 250 all’ora sulle strade nordamericane.

Film Usa e pellicole bulgare

I sentimenti dei cubani verso gli Usa erano contrastanti. Al piano sotto il nostro, vivevamo in una palazzina di soli cubani, abitava Alejandro, un ragazzino di una decina di anni. “Gli yankee? Merda” diceva, Poi parlava dei film nordamericani che tutte le domeniche pomeriggio trasmetteva la tv. Il programma si intitolava La tanda del domingo e immancabilmente metteva in onda un noiosissimo film sovietico o bulgaro fatto di lunghissimi silenzi, distese di neve immobile e di qualche eroico episodio di Gran guerra patria e poi uno hollywodiano pieno di azione e di trame affascinanti. Con un antisovietismo che non ho mai capito se volontario o no, il presentatore, José Carlos Alemàn, spiegava: “Avete visto che bello il film sovietico, così patriottico. Mentre quello degli Stati Uniti testimonia della decadenza del capitalismo”.

Infine un ricordo personale. Nel 1982 venne in visita Enrico Berlinguer. Alla cena finale c’era Fidel e, tra gli altri, Carlos Rafael Rodriguez. A un certo punto, questi si scusò e se ne andò. Fidel guardò Berlinguer: “Ti dirò un segreto. Va a incontrare l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Vernon Walters”. Quella notizia non divenne mai pubblica.


* Giorgio Oldrini, giornalista ed ex sindaco di Sesto San Giovanni, ha lavorato a lungo a Panorama, ed è stato corrispondente dell’Unità da Cuba

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