Corea: l'importanza dell’incontro fra Kim e Moon in otto idee

Pace dopo 65 anni, fine dei test missilistici di Pyongyang, denuclearizzazione della regione, ok all'ombrello militare Usa nel Sud; il ruolo di Donald Trump...

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Panmunjom, Corea del Sud, Il leader nordcoreano Kim Jong Un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in attraversano il confine tra i due paesi - 27 aprile 2018 – Credits: Korea Summit Press Pool/Getty Images

Luigi Gavazzi

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L’enfasi in queste settimane era stata soprattutto sull'incontro che si terrà in maggio fra il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un e Donald Trump. Invece, sottovalutare il meeting del 27 aprile a Panmunjom, nella zona demilitarizzata fra le due Coree, è stato un errore.

La spinta verso la pacificazione della penisola, ha detto il vertice di oggi fra Kim Jong-un e Moon Jae-in, deve passare soprattutto fra i leader politici e la società civile dei due paesi che ancora non hanno firmato una pace dopo l’armistizio del 1953.

PACE A PORTATA DI MANO DUNQUE?

Anche se i fattori di ottimismo non mancano - ne parliamo qui sotto - vanno considerati comunque con un po' di realismo scettico. Le incognite possono arrivare da insospettabili reazioni di parte dell'establishment nordcoreano, dal diavolo che si annida nei dettagli, per esempio nel processo di denuclearizzazione; e, ancora, nell'instabilità politica della Corea del Sud, sempre in agguato.

Queste però sono le ragioni di ottimismo per la pace in Corea dopo l'incontro del 27 aprile 2018:

 1 - FINE DEI TEST NUCLEARI DELLA COREA DEL NORD: DENUCLEARIZZAZIONE

In primo luogo sceglierei la promessa di Kim di non fare più test missilistici nucleari. Pare che Kim sia stato gentile e affettuosamente spiritoso: “Non dovrai più svegliarti presto la mattina per tenere riunioni del consiglio di sicurezza nazionale dopo i nostri lanci di missili”, avrebbe detto a Moon, aggiungendo che “Farò in modo che il tuo sonno mattutino non venga più disturbato”. Si tratta, in effetti, di una promessa già fatta ai funzionari sudcoreani in visita a Pyongyang nelle scorse settimane. È l’effetto più visibile dell’obiettivo contenuto nel documento ufficiale firmato dai due leader che si impegnano esplicitamente alla denuclearizzazione della penisola.

2 - LA PACE ENTRO L’ANNO

Passaggio fondamentale per la pacificazione fra le due Coree sarebbe arrivare al più presto alla firma di un trattato di Pace, a 65 anni dalla conclusione del conflitto armato, situazione però ancora regolata solo dall’armistizio del 1953. Il documento ufficiale firmato da Kim e Moon a Panmunjom prevede in effetti la convocazione di colloqui ufficiali per definire il trattato di pace entro la fine del 2018.

3 - AMERICANI IN COREA DEL SUD

Va anche notato che dalle parole della Corea del Nord è ormai sparita la richiesta - che sembrava irrinunciabile - della fine della presenza militare Usa nel sud.

 

4 - IL PASSAGGIO DEL CONFINE

Il passaggio del confine dal Sud al Nord dei due leader, tenendosi per mano, è simbolicamente assai significativo e probabilmente non previsto dal protocollo. Pare sia stata una decisione di Kim successiva alla domanda di Moon su quando gli sarà possibile visitare la Corea del Nord. Che è poi uno dei risultati concreti di questo vertice, visto che poi è stato fissata la visita ufficiale di Moon a Pyongyang in autunno del 2018. L'attraversamento del confine verso sud di Kim, invece, simboleggia la rottura del tabù che aveva accompagnato la Corea del Nord: il mancato riconoscimento della divisione in due paesi, ben rappresentata dal fatto che i due predecessori di Kim non hanno mai superato quel confine.

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Panmunjom, Corea el Sud: la parata ufficiale di benvenuto per il leader nordcoreano Kim Jong-un - 27 aprile 2018 (Korea Summit Press Pool/Getty Images)

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Altri risvolti importanti:

5 - LE PAROLE E LA VOCE DI KIM

Secondo Kyung Bok-cho di "Bloomberg", (riporta il "Guardian"), l’accento di Kim non è differente da quel che si sente nel centro di Seul. Pare che i presenti siano stati piuttosto sorpresi nel sentirlo parlare con toni e modi da conversazione amichevole. In precedenza era sempre stato ascoltato solo nei discorsi ufficiali, pieni di retorica minacciosa e trionfalistica. È l’indicatore di un Kim che pare più maturo, più calmo, forse anche meno ossessionato dalla necessità di affermare la sua forza e potenza. Probabilmente è il frutto del consolidamento del potere nelle sue mani in Corea del Nord, a spese - non dimentichiamolo però - del suo popolo e degli oppositori, veri e immaginari.

6 - IL RUOLO DI KIM YO-JONG, SORELLA DEL LEADER NORDCOREANO

Gli osservatori dell’incontro non hanno mancato di sottolineare il ruolo rilevante nel cerimoniale di Kim Yo-jong, sorella del leader nordcoreano: gli ha per esempio passato la penna per firmare il registro degli ospiti nella Casa della Pace dove si è svolto il colloquio fra Kim e Moon, ha preso i fiori donati dai bambini al fratello e si è seduta accanto a Kim prendendo appunti.

7 - LA FAMIGLIA DI MOON È NELLA COREA DEL NORD

Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, d'altra parte, ha investito moltissimo della sua presidenza nella pacificazione con la Corea del Nord. Alla quale tiene molto oltre che per motivi politici generali, anche per motivi affettivi, visto che parte della sua famiglia vive nel nord del paese.

8 - IL RUOLO DI TRUMP

Sicuramente i modi non ortodossi di Trump hanno contribuito a scuotere la situazione, almeno perché hanno fatto emergere due caratteristiche dell'atteggiamento di Kim Jong-un che la diplomazia tradizionale dell'amministrazione Obama aveva intuito e assecondato, senza però andare fino in fondo:

  • una richiesta di rassicurazione del riconoscimento del proprio potere;
  • un timore della potenza militare americana.

Obama aveva modificato la portata delle esercitazioni Usa-Corea del Sud quando, ha spiegato Mary Dejevsky sul "Guardian", si era reso conto del timore suscitato in Kim dai bombardieri. La diplomazia dell'amministrazione Usa aveva chiaro: Kim reagiva minacciando.

Trump, in un modo o nell'altro è andato oltre: ha giocato una partita retorica pericolosa, ma che ha contribuito ad accelerare il processo, concedendo di fatto quel Kim prima di tutto voleva: riconoscimento.

Assai importante, al pari della partita giocata da Trump, è anche l'accordo - nei fatti - regionale: Kim è andato in Cina, probabilmente a concordare le mosse di distensione; Shinzo Abe, il premier giapponese, ha incontrato Trump, probabilmente ricevendo assicurazioni relativamente alla sicurezza nell'area e alla saldezza dell'ombrello americano sugli alleati.

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