Buio fitto sul caso Regeni, alta tensione tra Italia ed Egitto

I depistaggi, le contraddizioni e l'appello della madre: "Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, una risposta molto forte dal Governo"

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Paola Regeni, madre di Giulio, durante la conferenza stampa al Senato, Roma, 29 marzo 2016. – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

"Se il 5 aprile sarà una giornata vuota, confidiamo in una risposta forte del nostro Governo. Forte ma molto forte. E' dal 25 gennaio che attendiamo una risposta su Giulio": queste le parole della madre di Giulio Regeni nel corso di una conferenza stampa tenutasi al Senato, nel corso della quale la donna ha anche detto di aver riconosciuto solo "la punta del naso" del figlio, tanto il suo volto era stato deturpato dalle torture.

 

I verbali di interrogatorio, i tabulati telefonici, le immagini di video-sorveglianza riprese nei giorni della sparizione di Giulio Regeni, i reperti, i verbali di perquisizione: se il 5 aprile 2016 gli investigatori egiziani che si recheranno a Roma  per parlare con il pool guidato dal procuratore Giuseppe Pignatone non porteranno con sé un plico assai corposo e non incompleto sulla sparizione e sulla morte del giovane ricercatore italiano, i rapporti tra Italia ed Egitto potrebbero compromettersi seriamente, mettendo a rischio anche i recenti accordi commerciali siglati tra Eni e Il Cairo dopo la scoperta di un grande giacimento di gas nel Paese. E rendendo plausibile per di più, secondo indiscrezioni, il ritiro del nostro ambasciatore dalla capitale egiziana.

È questa la clamorosa ipotesi che si sta facendo largo a Roma, qualora gli egiziani continueranno a giocare al gatto con il topo con i nostri investigatori, prima annunciando che i killer di Giulio erano da ricercare tra i membri della gang uccisi giovedì scorso in un conflitto a fuoco con la polizia, poi facendo macchina indietro - per bocca del ministro degli interni Angdi Abdel Ghaffar -  e sostenendo che le indagini sono ancora aperte, che i veri assassini potrebbero ancora essere a piede libero.

È vero che business is business, e che l'inchiesta sulla sparizione e la morte del ricercatore dovrebbe procedere parallelalamente e in modo indipendente dalla questione dell'accordo Eni-Egitto, ma in un Paese come quello guidato dal generale Al Sisi  dove ogni organo di polizia e ogni pezzo dell'esercito sembra ormai sfuggito al controllo, persino un accordo commerciale diventa questione di Stato. Non ci sarebbero, secondo fonti della Farnesina, le condizioni minime di sicurezza per fare business in un Paese attraversato da una guerra civile strisciante dove le sparizioni sono all'ordine del giorno così come le uccisioni sotto custodia e le torture contro gli oppositori (presunti), come emerge anche dai dati forniti dal centro El Nadeem, che dal 1993 fornisce sostegno psicologico alle vittime delle torture.

Il guaio è che a farne le spese sono spesso anche i cittadini stranieri, spesso rapiti da bande paramilitari e uomini della polizia, con l'unico obiettivo di farsi dare dei soldi. Il 5 aprile, quando gli investigatori egiziani si recheranno a Roma, ne sapremo qualcosa di più. Quello che appare chiaro è che l'inchiesta sulla morte del nostro connazionale non ha fatto un passo avanti che fosse uno. E che non bastano più le rassicurazioni formali di Al Sisi e delle autorità giudiziarie egiziane. Il caso del giovane ricercatore sta deflagrando politicamente, mettendo in luce le assurde condizioni di sicurezza del Paese guidato dal generale Al Sisi.

 

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