Esteri

Afghanistan: viaggio a Bamiyan, dove gli italiani fanno scuola alle donne

Nonostante bombe e terrorismo, vogliono imparare, andare all'università, diventare medici, avvocati. Per coronare i loro sogni, studenti e studentesse lavorano duramente sui banchi di strutture costruite grazie all'iniziativa di un gruppo di volontari. Uno di loro racconta a Panorama questa straordinaria esperienza

Bamiyan

Marco Niada

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Sul vasto altopiano del Hindu Kush centrale, nella provincia di Bamiyan, in Afghanistan, la vita riprende col disgelo. L'inverno è lungo e rigido, con temperature fino a 30 gradi sottozero. La gente sta chiusa per mesi in case di fango, scaldandosi con lo sterco secco del bestiame e rischiarandosi la notte al lume di candela. 

A quelle altitudini, tra i 2500 e i 3500 metri, la vegetazione è rada e il legname prezioso. L'elettricità non esiste. Si vive principalmente di pastorizia e agricoltura d'alta quota (orzo, grano saraceno, pochi ortaggi). Le uniche zone fertili sono i fondovalle, ma anche quelli sono raramente verdeggianti. Pochi sono i centri abitati dotati di un bazaar. La divisione del lavoro è medievale: ognuno bada alla propria sussistenza. Tranne che nei grandi villaggi, non esistono il macellaio, il falegname, il panettiere, il droghiere né, tantomeno, il farmacista. Se una donna deve partorire, può essere costretta a percorrere decine di chilometri per raggiungere un ambulatorio.

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I cavalli sono rari, gli asini più frequenti; le motorette prodotte in Cina e Iran sono in aumento, ma la gran parte di chi vive in quelle valli, per spostarsi, è costretta a camminare. Per ore.

Col disgelo riaprono le scuole. I ragazzi più fortunati studiano in edifici in muratura, come quelli che finanziamo con la nostra organizzazione. La maggior parte occupa casoni di fango e una grande minoranza (il 20 per cento) deve ancora leggere e scrivere sotto le tende, in cave all'aperto o nelle moschee. Spesso le scuole non riescono a contenere gli allievi, che devono frequentarle a turni, tra le 9 e le 13 o tra le 13 e le 17. Gli studenti più lontani camminano fino a 4 ore al giorno.

La rivincita delle donne

Bamiyan e la sua valle dei Buddha, con monti che sfiorano i 5 mila metri sotto cieli blu cobalto che si riflettono nei laghi turchesi di Bande Amir, è la provincia più povera d'Afghanistan. Un pezzo di paradiso caduto in terra, dove la natura è matrigna con chi ci abita. Una vita ancor più tormentata sotto i talebani che, oltre ad avere distrutto i grandi Buddha millenari, si sono abbandonati ad atti di genocidio contro la popolazione locale, gli Hazara, di etnia mongola e fede sciita, anatema per i sunniti radicali.


Nella regione più povera d'Afghanistan, essere donna oggi non è più una condanna alla morte civile come lo era ancora 15 anni fa. La relativa pace e stabilità della provincia di Bamiyan, dopo la caduta dei talebani, unita a maggiore libertà nei costumi (a differenza di altre regioni dove sono chiuse in casa o escono intabarrate, seguite da parenti maschi, le donne qui girano da sole a viso scoperto e lavorano nei campi) hanno contribuito all'emancipazione femminile. Oggi, su circa 136 mila studenti che frequentano le scuole primarie e secondarie, il 46 per cento sono ragazze, rispetto a una media nazionale del 38. Le insegnanti donne sono il 23 per cento su un totale di 3.500. Un'eccellenza al femminile, che si inserisce comunque in un trend nazionale in forte ascesa: tra il 2002 e il 2012 il numero totale degli studenti afghani è quadruplicato da 2,3 a 8,6 milioni.

Sima Samar e Habiba Sarabi, due icone nazionali

Gli studenti universitari sono più che triplicati, da 31 a 101 mila, di cui 19 mila femmine. È una realtà foriera di profondi e irreversibili cambiamenti per il Paese. Non a caso due donne Hazara, Sima Samar, ex vicepresidente dell'Afghanistan nel primo governo Karzai e oggi presidente della Commissione nazionale dei diritti umani, e Habiba Sarabi, governatrice della provincia di Bamiyan dal 2005 al 2013 (unica governatrice donna dell'Afghanistan), sono due icone nazionali. Entrambe formate come medici, grazie a una ferrea determinazione hanno risalito tutta la scala sociale, diventando un esempio per le nuove generazioni. La nostra piccola organizzazione, che opera nell'educazione, deve molto a queste due donne.

"L'educazione è l'arma più potente di cui disponiamo, che nessuna violenza potrà fermare".

Habiba Sarabi c'è stata di grande sostegno e spesso è venuta a presiedere all'inaugurazione degli edifici scolastici che abbiamo finanziato tra le montagne del Hindu Kush. Sima Samar è la fondatrice della Ong afghana Shuhada, con cui cooperiamo da 13 anni. Shuhada ha realizzato centinaia di scuole e ambulatori in tutto il Paese. Da alcuni anni Sima Samar ha fondato anche un'università privata a Kabul, Ghawarshad, dove tutte le etnie sono rappresentate, riflettendo la realtà del Paese. Il 90 per cento degli studenti è infatti di etnia Pashtun e Tagika, le due dominanti. Solo il 10 per cento è Hazara, etnia da cui proviene Sima, secondo cui "l'educazione è l'arma più potente di cui disponiamo, che nessuna violenza potrà fermare". "Se vogliamo costruire la nazione" prosegue "dobbiamo cominciare da qui, mostrando per primi apertura e tolleranza verso tutte le etnie".

Le scuole per promuovere l'istruzione femminile

Il nostro progetto, che fa appello a donatori privati, si declina peraltro al femminile. Finanziamo la costruzione di scuole femminili o miste, mai maschili. Nel personale deve esserci almeno un'insegnante donna. Oggi su 12 scuole, ben tre hanno una preside donna e le insegnanti femmine sono oltre una trentina su circa 140.
Fawzia Mohabi, preside della scuola di Chardeh, ha dedicato la vita all'insegnamento: "Sotto i talebani" dice "per tenere viva l'istruzione fingevamo di studiare il Corano". Oggi Fawzia è attiva in varie organizzazioni civiche e di promozione dei diritti femminili nel distretto di Yakawlang. "Tutto comincia dalla famiglia" prosegue: "sta innanzitutto ai genitori non discriminare tra maschi e femmine nell'educazione".

"Ho deciso di sacrificarmi per permettere ai miei figli la migliore educazione possibile. Non faccio differenza tra figli e figlie".

La scorsa primavera siamo andati all'Università di Ghawarshad a visitare le ragazze provenienti dalle "nostre" scuole, che sosteniamo con borse di studio. Le borsiste sono 10, ma presto saliranno a 14. Studiano legge, economia, informatica e due, assai ardite, Fatima e Homa Shad, ingeneria civile. Dietro a una riservatezza antica, nascondono una volontà di ferro. Vogliono diventare avvocati e magistrati per affermare lo stato di diritto e combattere la corruzione, rafforzare le nascenti istituzioni ed entrare nell'amministrazione pubblica o, come le due studentesse di ingegneria, sviluppare le infrastrutture del Paese.

Fatima, malgrado l'espressione dolce e la voce calda e suadente, ha un messaggio brutale: "I nostri diritti non ci vengono regalati, dobbiamo prenderceli". "Il mio sarà un buon esempio per altre ragazze del villaggio" afferma. " Potrò essere ascoltata e dire alla gente di fermare la violenza e incoraggiare i giovani allo studio. L'ignoranza genera violenza".
Zahra, studentessa di legge, che sogna di entrare un giorno in Parlamento, è pienamente d'accordo: "L'educazione ha un impatto cruciale nella vita di una famiglia. La violenza si alimenta nelle famiglie senza istruzione".

Educazione come aspirazione collettiva

La gioventù afghana, ormai connessa via telefonino e attivissima sui social media, è molto più simile a quella occidentale di quanto si pensi. Quando entriamo nelle scuole e chiediamo agli studenti che ambizioni hanno, il rosario di professioni che elencano pare stridere con il paesaggio primordiale che li circonda. Eppure, il progresso sta avendo un forte impatto su quelle antiche comunità rurali. Alla scuola di Ghorab, nel distretto di Sahigan, un diciannovenne, Nusrat, che ha iniziato a frequentare le lezioni due anni fa e sta recuperando terreno con slancio da centometrista, è un caso illuminante: "Mio padre non voleva che andassi a scuola: diceva che come primogenito dovevo aiutarlo nei campi. Ora che è morto, sto realizzando un sogno, provando, pace all'anima sua, che riesco a studiare e a fare anche il capofamiglia".

Non tutti i genitori sono come il padre di Nusrat. Anzi, dietro al successo delle ragazze che sosteniamo, ci sono famiglie liberali. Il padre di Zahra, Mohammed, che visitiamo in un villaggio, ad alcuni chilometri dalla scuola di Chardeh, ci siede davanti con accanto due dei tre figli maschi e la moglie. "Sono cresciuto in una famiglia di analfabeti e dopo la morte di mio padre ho dovuto badare a tutti. Sognavo di andare all'università. Sono riuscito a fare le superiori e diventare infermiere" racconta con gli occhi gonfi di lacrime. "Ho deciso di sacrificarmi per permettere ai miei figli la migliore educazione possibile. Non faccio differenza tra figli e figlie. Dobbiamo incoraggiare chi ha talento. Zahra è accademicamente dotata e anche se ci viene a mancare un aiuto fondamentale siamo contenti che studi a Kabul, anche se lontana da casa".

Fatima, orfana di padre e madre e sostegno di quattro fratelli, ha dovuto curare anche due nipoti dopo la morte prematura della cognata. Viene da un villaggio vicino alla scuola di Zarin, a una cinquantina di chilometri da Chardeh. "A scuola era bravissima" dice il fratello maggiore Allahyar, trentenne capofamiglia, con il viso già rugoso, bruciato dal sole "e mi sono sacrificato per permettere a lei e suo fratello Ali di studiare. Chi riesce deve essere incoraggiato".
Ali, 17 anni, gli fa eco: "Alcuni dicono che solo i maschi dovrebbero andare a scuola: io dico che le donne hanno gli stessi diritti. Se una si impegna, nulla può impedirle di farcela".

L'educazione è un'aspirazione collettiva. Tutte le costruzioni che abbiamo finanziato sorgono su terreni donati da generosi individui. I mullah locali sono sempre presenti alle inaugurazioni delle scuole, che sono statali, laiche e seguono il curriculum nazionale. Si raccomandano che i giovani abbiano cura degli edifici in cui studiano e diventino membri degni della comunità. Per quanto la vita sia dura e qualcuno lasci gli studi anzitempo, risucchiato dalle dure leggi della sussistenza, questi pastori hanno le idee chiare. Come mi disse anni fa un capo-villaggio: "Siamo andati avanti così per secoli e la nostra vita non è mai migliorata. È tempo di cambiare". 


(Articolo pubblicato sul n° 22 di Panorama, in edicola dal 17 maggio 2018 con il titolo di "Lezioni di vita. Noi italiani che facciamo scuola in Afghanistan")

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