Enrico Letta, il pavido
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Enrico Letta, il pavido

Stretto fra le critiche di Matteo Renzi e la rivoluzione della sua nuova intesa con il Cavaliere, il premier avrebbe una strada maestra: un cambio di governo e di velocità. Ci riuscirà mai?

È assodato che Enrico Letta ha un serio problema con la politica, che la normale manovra sulle linee di forza di una situazione data non lo riguarda. Lo fanno presidente del Consiglio di risulta per uscire dalla stasi dell’esperimento Monti nell’ultima fase e curare un sistema ammalato in stallo politico e istituzionale dopo elezioni impattate, su basi di grande coalizione? E lui come ne approfitta? Si è presto ridotto a fare il vice Monti o il Monti 2: tanta Imu e niente inventiva fiscale, niente iniziativa autonoma in Europa, niente deregolamentazione per la crescita economica. Subito è tornata in auge la concertazione, che almeno Mario Monti aveva messo in secondo piano, con il risultato che il governo ha preso dapprima qualche soffietto e poi è diventato quantité négligeable agli occhi degli italiani e del mondo, per non dire dell’Europa che lo tratta a buffetti sulla guancia, a ganascini quando non a schiaffoni, come nel caso della bocciatura della legge di stabilità e delle critiche alla ripresa della spesa pubblica.

Silvio Berlusconi è condannato, mentre Giorgio Napolitano lancia l’amnistia e la riforma della giustizia? Letta fa finta di non accorgersene, al massimo ripete come un pappagallo che il governo e la sorte giudiziaria del lader del centrodestra sono su linee separate, e lavora alla piccola scissione ministerial-politicante dei suoi amici del gruppo di Angelino Alfano e Maurizio Lupi. Non è un trascinatore, è un trascinato.

Ora è di nuovo a un bivio, mamma che paura, come sarebbe bella una di quelle rotonde stradali morbide, imposte anche per le vie di provincia dalla Comunità europea. Chiede un patto di coalizione, formula da verifica governativa di serie b. Parla di rimpasto, e si capisce che mendica la corresponsabilità con Matteo Renzi, sua nemesi, nella nomina di qualche ministrosostituto per tirare a campare. Deve andare d’accordo con tutti, guardarsi le spalle ma anche davanti, non sa che cosa sia la scommessa, il rischio, senza dei quali la politica è avvincente come un partita di golf e saporita come un brodino vegetale.

Avrebbe in teoria la strada spianata. È in corso, pare, una rivoluzione politica guidata da Renzi e Berlusconi, ciascuno nel proprio ruolo. Nuova legge elettorale, riforme di sistema. Se ne è accorta perfino la confusa Repubblica di Ezio Mauro. E «Enrico il Breve» che cosa fa? Si preoccupa di Alfano e degli alfanidi. La piccola maggioranza che, teorizzava, diventa robusta, solida, capace di grandi cose. Ma anche i bambini hanno capito l’ovvio: questo è diventato il governo del Pd che tratta con il Cav con annessi e connessi. E allora il suo capo avrebbe il dovere di dimettersi a sorpresa e di guidare, se ce la fa, il processo di selezione di una nuova compagine al cui termine si vedrebbe che il governo del Pd aveva all’Economia un tecnico, alla Giustizia un tecnico, all’Interno il capo scissionista di una piccola formazione senza voti, agli Esteri un animale da poltrona travestito da umanitario-radicale, e nei ministeri delle Infrastrutture e delle Riforme isituzionali altri due alieni dalla realtà numerica e politica della maggioranza di sostegno.

Renzi sfida i piccoli e fa compromessi con loro. Ma Letta questo non lo sa fare. Sennò ricontratterebbe subito la composizione dell’esecutivo, in base alle novità politiche, partendo nel negoziato dall’idea che il Pd non può essere fuori dai gangli del governo, e almeno cinque di quei sette ministeri spettano a chi ha la maggioranza della maggioranza. Troppo elementare, troppo muscolare, troppo razionale per uno sgomitatore senz’anima.

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