Sfratti: cosa possono fare gli inquilini in difficoltà
ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO
Sfratti: cosa possono fare gli inquilini in difficoltà
Economia

Sfratti: cosa possono fare gli inquilini in difficoltà

Più di 30.000 famiglie italiane sono a rischio, ma possono richiedere il sostegno pubblico tramite due fondi "ad hoc"

Fra le 30 e le 50.000 famiglie italiane sono a rischio di sfratto. È la conseguenza dell’esclusione dal decreto Milleproroghe 2015 della proroga - sarebbe stata la trentunesima - degli sfratti di fine locazione. Tre assessori alle politiche abitative delle principali città italiane a inizio anno hanno preso carta e penna chiedendo al governo di rivalutare la decisione presa.

L’obiettivo è "scongiurare una situazione altrimenti ingestibile da un punto di vista sociale e da quello dell'ordine pubblico" scrivono Francesca Danese, Daniela Benelli e Alessandro Fucito, assessori alle politiche abitative di Roma, Milano e Napoli nella lettera inviata al governo.

L'esecutivo Renzi tira dritto: nessuna marcia indietro sullo stop alla proroga. Ma cosa possono fare in concreto gli inquilini in difficoltà?

La posizione del governo

"Questo governo ha messo in campo diverse misure come il fondo degli affitti e morosità. Ha dato numerosi strumenti ai cittadini ma soprattutto ai sindaci per governare l'emergenza. Gli sfratti vanno valutati caso per caso" ha replicato all’appello lanciato dai tre assessori il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio (Pd).

L'esecutivo "non è stato a guardare, anzi, ha imboccato una strada nuova, cosciente che l'emergenza andava affrontata in modo più radicale e non con lo strumento vecchio e logoro della proroga gli sfratti" ha aggiunto Maurizio Lupi (Ncd), ministro delle Infrastrutture, il quale ha assicurato la piena disponibilità del governo a collaborare con gli enti locali per risolvere circa 2.000 casi interessati dalla mancata proroga del blocco degli sfratti, concentrati nelle grandi città.

Le sentenze di sfratto in Italia

Dall'inizio della crisi, cinque anni fa, Roma ha registrato oltre 10.000 sentenze per fine locazione, Napoli 4.500, Milano 4.000 sempre tra il 2008 al 2013. Il 70% di queste famiglie avrebbe i requisiti di reddito e sociali (anziani, minori, portatori di handicap) previste dalla legge per la proroga. Ogni giorno sono 140 gli sfratti eseguiti con la forza pubblica. Una sentenza di sfratto colpisce una ogni 353 famiglie, secondo le statistiche riportate dai tre asessori alle politiche abitative di Roma, Milano e Napoli.

Le soluzioni in campo in assenza della proroga

Gli inquilini in difficoltà possono rivolgersi ai due fondi "ad hoc" rifinanziati dal Governo: il fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito nel 1998, e il fondo per la morosità incolpevole.

Le risorse previste (200 milioni per il primo fondo e 226 milioni per il secondo) sono ripartite tra le varie Regioni, ma spetta poi ai Comuni pubblicare un bando in cui sono indicati i criteri per poter essere ammessi alla garanzia, i tempi e le modalità del primo fondo, oltre ad assegnare il contributo di importo massimo, pari a 8.000 euro, previsto dal secondo fondo, quello per la morosità incolpevole.

Chi può far richiesta

Nello specifico, per quanto riguarda i criteri per l’accesso ai contributi previsti dal fondo per la morosità incolpevole, i Comuni dovranno verificare che i richiedenti rientrino nei parametri Isee previsti, siano destinatari di atti di intimazione di sfratto per morosità, siano titolari di contratti di locazione registrata, risiedano in alloggi oggetto di procedure di rilascio da almeno un anno, abbiano cittadinanza italiana o europea o siano titolari di un permesso di soggiorno.




Morosità incolpevole: i casi

Per morosità incolpevole il decreto intende "la situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare".

Possono far richiesta del sostegno pubblico i cittadini in gravi difficoltà economiche, ma solo per le seguenti cause: perdita di lavoro per licenziamento; accordi aziendali o sindacali con consistente riduzione dell’orario di lavoro; cassa integrazione ordinaria o straordinaria che limiti notevolmente la capacità reddituale; mancato rinnovo di contratti a termine o di lavoro atipici; cessazioni di attività libero - professionali o di imprese registrate, derivanti da cause di forza maggiore o da perdita di avviamento in misura consistente; malattia grave, infortunio o decesso di un componente del nucleo familiare che abbia comportato la riduzione del reddito complessivo del nucleo medesimo o la necessità dell’impiego di parte notevole del reddito per far fronte a rilevanti spese mediche e assistenziali.

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