Perché i commercialisti scendono in piazza
DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica
Perché i commercialisti scendono in piazza
Economia

Perché i commercialisti scendono in piazza

Nel mirino dei professionisti la burocrazia e norme ormai incomprensibili. Sarebbe la prima volta, dopo la conquista del diritto di sciopero da parte degli avvocati

In Italia non scioperano più solo gli operai, gli impiegati e gli insegnanti. Questa volta ad incrociare le braccia potrebbero essere i commercialisti. E sarebbe la prima volta.

I professionisti della contabilità sono già scesi in piazza (si trattava di una manifestazione) lo scorso 19 novembre per protestare contro la perdita dell'equipollenza fino ad oggi riconosciuta all'esame di Stato per svolgere la professione di dottore commercialista, che consente anche di fare il revisore legale. Detto altrimenti, un giovane praticante, stando alle nuove regole, dovrà sostenere due esami, quando ai professionisti più anziani bastava superarne soltanto uno.

Ma al di là del tema specifico, anche se particolarmente sentito dalla categoria, l’annuncio dello sciopero mette in luce un altro tema: la distanza tra le leggi e gli italiani di oggi.

Il motivo è presto detto: il mondo del lavoro non è più quello di trent'anni fa, ma anche quello delle professioni è profondamente cambiato.

Basti considerare che gran parte delle cosiddette "false partite Iva" si contano proprio tra i professionisti, spesso under 40 che svolgono una prestazione continuativa per un solo datore di lavoro.

Eppure la Costituzione contempla sì il diritto di sciopero, ma, in un certo senso, non per tutti i lavoratori.

La Consulta, in una sentenza del 1996 (numero 171), ha ricordato infatti che esistono categorie di lavoratori per le quali il diritto di sciopero ha più importanza che per altre: i lavoratori subordinati (e quindi anche i professionisti che hanno un contratto di lavoro da dipendente, come medici o giornalisti), in quanto soggetti "deboli", mentre lo sciopero dei liberi professionisti, secondo questa interpretazione, sarebbe più simile a una serrata, che tra l’altro non è contemplata nella Costituzione.

In quell’occasione la Corte era entrata nel merito del diritto di sciopero di categoria degli avvocati, ridotto alla sola astensione dall’attività processuale: nella sentenza i giudici supremi spiegarono che non rientrava in pieno nella sfera dei diritti garantiti dall'articolo 40 della Costituzione (quello del diritto allo sciopero), piuttosto in quello dei diritti alla libertà associativa (articolo 18).

Così l'avvocatura emanò un codice di autoregolamentazione dell’attività di sciopero che vieta di praticarlo quando va a ostacolare gli adempimenti burocratici connessi alla tutela degli interessi dei propri clienti.

Più o meno la strada che vorrebbero percorrere oggi anche i commercialisti (e un domani, forse, toccherà anche ad altre categorie), i quali puntano il dito contro una burocrazia asfissiante, tra adempimenti gratuiti chiesti dal Fisco e modifiche normative pubblicate a pochi giorni dalle scadenze, spesso con mezze proroghe che arrivano per mezzo di comunicati stampa di difficile comprensione.

Ma è presto per cantare vittoria: nonostante il malessere crescente nella categoria, testimoniato dall'ampio risalto sui quotidiani economici il Sole 24 ore e Italia Oggi, di cui i commercialisti sono notoriamente avidi lettori, una protesta sarà possibile solo dopo l’approvazione del Codice di autoregolamentazione per il diritto allo sciopero di chi svolge servizi essenziali, atteso per febbraio.

Chi sciopera prima, rischia di andare incontro (assieme al cliente) a pesanti sanzioni.

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